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Cube

locandina Titolo originale: Cube

Regia: Vincenzo Natali

Cast: David Hewlett, Maurice Dean Wint, Nicole DeBoer

Musiche: Mark Korvenscena1

Produzione: Canada 1998

Genere: Thriller

Durata: 100 minuti

Trailerscena2

 

Regia:

Interpretazione: scena3

Sceneggiatura:

Musica:

Giudizio:

 

Trama

Un gruppo di persone si risveglia all’interno di una strana struttura a cubo, che contiene migliaia di settori collegati tra loro e ricchi di insidie e trappole. I prigionieri devono trovare una via d’uscita, ma l’angoscia origina presto una grave psicosi collettiva.

Recensione

Il film, finanziato da Norman Jewison e diretto dall’italo canadese Vincenzo Natali, è stato prodotto con un budget esiguo, riscuotendo comunque un discreto successo ai botteghini. Il motivo: la curiosità e l’attrazione verso l’angoscia e l’ignoto. “Cube” alimenta nello spettatore un opprimente senso di caustrofobia e solitudine, offrendogli uno sguardo insistito sulla dinamica di gruppo al centro della vicenda, la quale parte senza un assunto né un’introduzione logica che possa orientare. Le persone protagoniste, tutte estranee tra loro, si risvegliano all’interno di una stanza cubica, una delle tante presenti all’interno della struttura. Natali crea l’illusione di un ambiente angusto e labirintico, tuttavia gira ogni sequenza in una sola stanza, diversificandola soltanto attraverso la veste cromatica degli interni, che dà la sensazione di più spazi e quindi del movimento. Il gruppo si palesa assai variegato: lo compongono un poliziotto, un galeotto, una dottoressa, una studentessa di matematica, un ritardato mentale e un uomo apparentemente insignificante. Ognuno (questa è la chiave semantica) nasconde qualcosa della propria vita, mostrando una facciata che cambia con il passare del tempo, con l’aumento della tensione e della fatica fisica. L’essenza della storia corrisponde alla psicosi di gruppo che ne deriva, percepibile fin dai primi dialoghi, che perdono dopo poco la loro razionalità lasciando il posto ad un allucinato delirio. Il film concede inquadrature collettive, nelle quali si prefigge di proiettare anche lo spettatore, immedesimato nell’enigma del quale cerca la soluzione in un limbo naturalmente passivo. Inizio, trama e sviluppo sono tutti elementi inequivocabilmente inusuali, ma non convincono appieno per la loro imbarazzante semplicità. “Cube” gioca tutte le sue carte sul backround e sulle reazioni alla costrizione e alla paura, oltre non c’è altro da rilevare e neppure da pretendere. Qualche spunto lo offre il finale, cogliendo dal cilindro tratti di discreto thriller, tutto il resto rimane un po’ stantio e teso ad un intrattenimento senza intrecci di sorta, doverosi per una certa ambizione cinematografica.

foto

 

Il film è stato realizzato utilizzando soltanto due ambienti.

 
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Domenica, 21.01.2018
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