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Brazil

Scritto da Samuele Pasquino   
Martedì 16 Agosto 2016 08:35

brazilTitolo originale: Brazil

Regia: Terry Gilliam

Cast: Jonathan Pryce, Robert De Niro, Ian Holm

Musiche: Michael Kamen

Produzione: USA 1985brazil1

Genere: Fantastico

Durata: 142 minuti

   Trailer

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Regia:

Interpretazione:

Sceneggiatura:

Musica: brazil3

Giudizio:

 

Trama

Nel XX secolo la società è legata strettamente a ingranaggi burocratici ossessivi quanto meticolosi, in grado di soffocare ogni libertà. L’impiegato del Ministero Sam Lowry (Jonathan Pryce) deve rimediare a un grave errore compiuto dal suo ufficio che ha arrestato, multato e provocato la morte di un innocente. Nel frattempo entra in contatto con un ribelle (Robert De Niro) e una giovane donna (Kim Greist), ricorrente nei suoi sogni e della quale si innamora perdutamente.

Recensione

Il romanzo 1984 di George Orwell è tra le opere letterarie più gettonate dall’universo cinematografico al fine di creare le cosiddette “favole fantascientifiche” quasi al pari delle elucubrazioni di Isaac Asimov intorno alla robotica. Tale libro non poteva certo passare inosservato sotto la lente fenomenica e bizzarra di Terry Gilliam, ex componente di quei geniali cialtroni chiamati Monty Python. Il regista, che fin dal primo lungometraggio in solitaria – Jabberwocky (1977) – ha impartito una visione prospettica personale e vividamente originale, mette ora in scena una pellicola esasperatamente distopica che intreccia amarcord a proiezioni futuristiche creando così fusioni e contaminazioni fruibili senza ausilio di razionalità e troppa inficiante logica. Incurante dell’ordine narrativo precostituito e “abbottonato”, Gilliam monta una vicenda che nello sfondo trova la propria ragion d’essere, immersa in un panorama sociale in cui prevalgono burocrazia, ricchezza e apatia da un lato, ribellione, povertà e caos dall’altro. In questo senso il riferimento al capolavoro di Fritz Lang Metropolis si palesa indubbio, specialmente ove emerge il concetto di “alienazione” in correlazione all’esecuzione materiale del potere. Ecco che gli uffici statali vengono descritti come stucchevoli spazi angusti privi di colore e contraddistinti da tecnologia e metallo, entro palazzi bui, sovraffollati. L’essere umano si riduce, suo malgrado, a creatura depauperata delle proprie reali capacità emozionali, strumento – manichino di un sistema dittatoriale in cui la parola scritta è legge senza possibilità di appello, sebbene si crei il paradosso con l’ammissibilità dell’errore invece contemplata. Il protagonista Sam Lowry, seppur assimilato dalla veritas governativa, dimostra di saper ancora sognare rivelando una propensione al romanticismo e alla generosità, elementi che lo portano, come l’Orlando Innamorato, a cercare la donna bramata e a combattere (e qui sfociamo nell’Orlando Furioso) per sconfiggere il demone postosi fra i due. Brazil, nella sua spiritualità grottesca camuffata da commedia fantastica, insiste su concetti che si aggrappano all’attualità, rimanendo sostanzialmente una pellicola scevra di punti di ancoraggio spazio-temporali che possano in qualche modo limitarla nei movimenti e nell’evidente prolificità dei messaggi dispensati. Film valente, oltre che per il cast di tutto rispetto, anche per la tecnica di regia che privilegia la cinepresa sempre vicina al personaggio agente o l’angolazione dal basso liberamente tratta dalle tendenze stilistiche di Orson Welles, che le aveva applicate in cult quali Quarto potere (1941) e L’infernale Quinlan (1958).

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Il titolo è tratto da una canzone di Ary Barroso, Aquerela do Brasil

 
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