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Baarìa

locandina

    Titolo originale: Baarìa

    Regia: Giuseppe Tornatore

    Cast: Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo

    Musiche: Ennio Morricone

    Produzione: Italia 2009scena1

    Genere: Drammatico

    Durata: 150 minuti

                                   Trailer

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Regia: 

Interpretazione: 

Sceneggiatura: scena3

Musica: 

Giudizio: 

 

Trama

A Bagheria, piccolo paese della Sicilia, si intrecciano e poi si uniscono le vicende di Peppino (Francesco Scianna) e Mannina (Margareth Madè), la cui generazione attraversa un secolo di storia italiana, dal fascismo ai giorni nostri.

Recensione

Baarìa è il nome fenicio attribuito a Bagheria, il paese natale di Giuseppe Tornatore. Il regista torna a raccontare la sua Sicilia, così come aveva fatto con il memorabile “Nuovo Cinema Paradiso”, utilizzando però una tecnica registica sì inconfondibile poiché estremamente personale e autentica, tuttavia rafforzata da un’innovazione costituita da maggiori movimenti di macchina e virtuosismi assimilati in parte dal cinema americano. Il cineasta italiano, quindi, si evolve e con il suo stile anche la capacità di addentrarsi nella storia di una società tradizionalmente radicata e legata a costumi arcaici in sintonia con un paesaggio non selvaggio ma puro, incontaminato, genuino come le persone che lo popolano. “Baarìa” vuole essere un grande colossal rappresentativo e simbolico, in cui si mettono in scena le vicende curiose di Peppino, il protagonista che appare bambino e cresce nel corso di anni difficili a livello sociale, supportato però da una collettività che lo accoglie e lo forma caratterialmente, creando una sintonia con il magico luogo di Bagheria, introiettato nello spirito e nella coscienza dell’essere umano che manifesta la sua natura avida di conoscenza e impregnata di semplicità provinciale. Il paese vive in un limbo tutto suo, essendo ad ogni modo a stretto contatto con lo scorrere di eventi epocali e cambiamenti inevitabili che interessano l’intera nazione, come le piaghe arrecate dal fascismo, le proteste di massa, i movimenti politici in ascesa quali il comunismo e il nuovo socialismo, sradicato ormai dalla logica mussoliniana e fattosi coalizione con idee propositive e di nuova concezione. In questo apparente metamorfismo confuso e in continua evoluzione, il filo di Arianna conduce il piccolo Peppino verso la strada della maturazione; nel labirinto antropologico egli tocca le tappe più importanti dell’essere umano, vive in pieno la sua adolescenza fra lavoro e profondo senso di responsabilità nei confronti della famiglia, poco abbiente e stacanovista alfine di guadagnare quella sufficiente dignità tramite la quale pervenire al consueto rispetto individuale. In un percorso fortemente aneddotico, Tornatore attribuisce importanza ad ogni dettaglio e rilevanza sociale ai personaggi che si susseguono: a proposito del rispetto, donna Tina non vuol perdere il proprio e inscena una finta grigliata in casa per non svelare la povertà che la affligge insieme alla figlia Sarina; un altro esempio riguarda il padre di Cicco, che manda il figlio piccolo sulle montagne a condurre pecore perché il lavoro nobilita l’uomo fin dalla giovane età. Gli abitanti di Bagheria, quindi, tendono a mostrarsi in un modo che ritengono più adeguato per non smarrire il senso di collettività, fuggendo dal pericolo dell’emarginazione e dell’isolamento imperituro. Con ciò essi conservano una spiccata spontaneità, che si manifesta con il loro atteggiamento verso amici e parenti, incapace di mentire o creare sotterfugi funzionali soltanto al contesto extra familiare. Il contorno bucolico che affascina per la sua immediatezza si concatena strettamente al piccolo centro urbano, vivendo le medesime situazioni ed immergendosi senza riserve nell’amalgama storica che porterà prima all’ideologia fascista, poi alla guerra e in seguito alle proteste degli anni ‘60 e ‘70. Tornatore imprime al suo racconto un discorso schierato, unendo i compaesani nella lotta contro la follia di Mussolini e costruendo logicamente un disprezzo a tinte comiche nei confronti dei militanti fascisti cosiddetti “camicie nere”. Bagheria non vuol essere perciò luogo littorio, e nella scena dell’insegna del cinema risulta assai evidente. Ciò non toglie che la prolissità della propaganda comunista arrivi ad insinuarsi fin dentro l’agglomerato siciliano, dichiarandolo loco politico a tutti gli effetti. Peppino riporrà tutte le sue speranze di grandezza e ricchezza proprio nel movimento rosso, compiendo addirittura un viaggio in Russia nel tentativo di emanciparsi come esponente compagno. Se la sua ambizione naufraga miseramente poiché in conflitto con la sua innata semplicità personale, l’amore che egli prova per Mannina trionfa decisamente, permettendo al giovane siciliano di far convogliare i suoi sogni nella famiglia, creando una solida catena protesa al futuro. Ma quel che va realmente compreso del film di Tornatore è il ruolo, nonché la funzione del tempo, quella linea ambigua che non sembra indugiare mai. Ebbene, ad un certo preciso momento il racconto diviene favola e il suo spirito si tramuta in visione onirica che gioca con la percezione temporale, evitando tuttavia di confondere lo spettatore: ci sono chiari riferimenti materiali ad epoche precise, spesso coincidenti con manifesti cinematografici facili da collocare e nei propri contesti. Peraltro Tornatore vuole omaggiare “Nuovo Cinema Paradiso” con le inquadrature simboliche dei bambini che vanno orgogliosi della loro collezione di fotogrammi in frammenti di pellicola, proprio quanto il piccolo Salvatore. Dicevamo, i serpenti neri, le uova rotte e le tre rocce da colpire con il sassolino costituiscono elementi da considerare per giungere alla tesi finale costruita proprio a partire dall’incipit di tutto: un bambino che gioca con le trottole è chiamato dal padre e inviato a comprare le sigarette, ma in quel tratto di strada percorso di corsa il ragazzino inizia ad immaginare, spicca un volo ideale e presenta a suo modo, approssimativamente infantile, il paese di Bagheria, osservandolo dall’alto ed esprimendo mimicamente la sua ammirazione per quella bellezza intravista da una prospettiva nuova, pregna di libertà e sorpresa. Quel bambino scompare per lasciar posto ad un Peppino che corre solitario verso la scuola, nella quale lo attende una noiosa lezione impartita da un’insegnante severa. La natura ribelle del ragazzino verso l’educazione fascista induce la veemente reazione dell’istitutrice, che lo epiteta come sovversivo e lo punisce relegandolo dietro la lavagna. Da qui, per effetto del montaggio, si passa a Peppino cresciuto e poi maturo a tal punto da poter ragionare alla stregua di un adulto perfettamente formato dall’esperienza e pretendente di diritti sociali. La chiave di lettura è consegnata da Tornatore allo spettatore soltanto alla fine, quando diviene chiara la dimensione onirica del racconto, dove si ritorna al bambino dietro la lavagna, che si sveglia accorgendosi del sogno fatto: qui Tornatore stupisce davvero, inscenando in maniera geniale il suo desiderio di ritornare alle origini, rifiutando la modernità che ha radicalmente trasformato un paese privo ormai della sua magia passata. Peppino cammina smarrito fra macchine strombettanti e motorini rumorosi, nella sua Bagheria divenuta un centro urbano caotico e freddo. Egli fugge in una corsa nel tempo e nel viaggio verso l’amarcord incrocia quello che nella sua onirica visione rappresenta uno dei suoi cinque figli idealizzati, quasi può toccarlo, come l’orecchino della figlia trovato fra le macerie di un palazzo in costruzione, che gli dimostra che forse la sua vita immaginata era reale. La poesia espressa dal cineasta siciliano convoglia nel ritorno di Cicco al padre, con la consegna del pacchetto di sigarette e il gioco delle trottole, nel quale vi è un chiaro riferimento al legame che così solidamente unisce sogno e realtà. Si può a ragion veduta affermare che Tornatore porta a compimento una favola allegorica che glorifica la sua terra, costruendone un elogio magnifico e significativo.

foto

Giovanni Sapia, autore de "Il romanzo del casale", ha accusato Giuseppe Tornatore di plagio.

 
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Sabato, 22.09.2018
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