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Babel

Scritto da Samuele Pasquino   

babelTitolo originale: Babel

Regia: Alejandro Gonzalez Inarritu

Cast: Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael Garcia Bernal

Musiche: Gustavo Santaolalla

Produzione: USA 2006babel1

Genere: Drammatico

Durata: 145 minuti

paramount   Trailer

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  Miglior colonna sonora originale Gustavo Santaolalla

 

Regia: babel3

Interpretazione:

Sceneggiatura:

Musica:

Giudizio:

 

Trama

In Marocco una turista americana (Cate Blanchett) viene gravemente ferita da una pallottola, partita per gioco dal fucile di due giovanissimi pastori. Il marito (Brad Pitt) tenta disperatamente di salvarle la vita. La drammatica vicenda si intreccerà con i destini di una messicana, di una giapponese e dei figli della coppia, lasciati a casa.

Recensione

Inarritu coltiva ancora la sua sofisticata ossessione per il dolore umano confezionando ad arte l’ultimo capitolo di una trilogia che si potrebbe definire “Il trionfo della sofferenza”. Così come “Amores Perros” e “21 grammi”, anche “Babel” affronta la solitudine e il macabro lato oscuro del destino con il tocco quasi osceno dell’imprevedibilità, reso però con grazia ed eleganza da un teorico della condizione drammatica. Si potrebbe parlare di lenta e inarrestabile escalation lesiva che esplode nell’intimità dell’individuo scaraventandolo in nuovi limbi da affrontare, nuove nebbie da diradare. L’interiorità si confronta tragicamente con l’apparenza della normalità e l’ingombrante, fagocitante fattore esterno, incontrollabile. La Babele proposta da Inarritu non segue regole temporali e viaggia lungo una linea spaziale globale e indefinita: ovunque, in terra marocchina, nel lontano Giappone, in America e in Messico, i diametrali casi si sviluppano nel silente e cocente dramma dissolvendo le opposizioni che li dividono, congiungendosi al fatto centrale, il ferimento. Sono realtà che includono una coppia in crisi coniugale, una governante che fa di tutto per poter assistere al matrimonio del figlio, una giovane giapponese sordomuta in conflitto con il padre e con il mondo, due ragazzini nati e vissuti nell’ambiente arido e desolato della pastorizia solitaria. Questo è un affresco di vite, di pianti trattenuti, ma anche di nudità improvvise, incertezze, corse immerse nell’angoscia indissolubile. Inarritu riprende tutto con cinepresa sicura, onnipresente, che dovunque si muova cattura sensazioni caustrofobiche catapultandole in una sconfinata landa di anime in procinto di perdersi, seguite da vicino fino ad essere spogliate e analizzate con ossessivo, morboso scrutamento. Il valore dell’esistenza è radicato, saldo al concetto di riparazione personale, tentativo di scongiurare il rimpianto e raggiungere la rivalutazione di un presente sfuggito tragicamente di mano e divenuto passato doloroso. La regia perfetta si accosta a una sceneggiatura che lo è altrettanto, in virtù di una congiuntura spazio temporale elusa e ricostituita con meccanismi innovativi, anticonvenzionali e per questo eccezionali. Premio Cannes 2007 a Inarritu per la direzione, Oscar alla colonna sonora di Santaolalla. Quest’ultimo riconoscimento è però l’unico neo da rilevare: “Iguazu”, pezzo musicale che accompagna le fasi del soccorso aereo di Susan, è presente anche nel film “Insider” (Michael Mann, 1999), film che immeritatamente non ottenne neanche una statuetta.

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Al festival di Cannes 2006, Inarritu si aggiudica il premio per la miglior regia

 
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Giovedì, 18.01.2018
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