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Nome di donna

Scritto da Gemma Buonanno   
Lunedì 05 Marzo 2018 18:43

nome di donnaTitolo originale: Nome di Donna

Regia: Marco Tullio Giordana

Cast: Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Stefano Scandaletti

Musiche: Dario Marianelli

Produzione: Italia 2018nome di donna1

Genere: Drammatico

Durata: 90 minuti

Trailer

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Regia:

Interpretazione:

Sceneggiatura:

Musica: nome di donna3

Giudizio:

 

Trama

Nina (Cristiana Capotondi) è una giovane donna che, a causa della crisi economica, lascia Milano per un piccolo paese della Lombardia. Sceglie l’indipendenza sacrificando se stessa e le proprie ambizioni lavorative: da  restauratrice a inserviente presso una residenza di lusso. Ben presto, però, Nina dovrà fare i conti con una realtà lavorativa che tenta di calpestare i suoi diritti e la sua dignità. Realtà chiamata Marco Maria Torri (Valerio Binasco), il dirigente della struttura, e un corredo di persone coinvolte, colleghe, familiari, avvocati, associazioni e curia.

Recensione

Dopo 8 anni  (Romanzo di una strage, 2010) di assenza sul grande schermo, Marco Tullio Giordana ritorna con il lungometraggio Nome di Donna, incentrato sulle molestie sessuali e sulla forza e la determinazione delle donne. Come aveva già fatto con Lea, film per la tv sulla vita di Lea Garofalo (testimone di giustizia assassinata dall'ex fidanzato mafioso), Giordana torna a porre l’accento sulla caparbietà e il coraggio delle donne anche se, a differenza non solo di quest’ultimo ma anche dei suoi precedenti (I cento passi, La meglio gioventù) non si sofferma sull’aspetto storico. Il film è ambientato ai nostri giorni, non ci sono ricostruzioni storiche e non si parla di mafia, terrorismo, lotte studentesche, ma di disagio: sì, questo è un tema che è presente anche ne Nome di donna. Disagio provocato da un mondo omertoso,   “parola solo italiana e per questo non traducibile in altre lingue” ha dichiarato alla conferenza stampa il regista. Omertà. È sicuramente un’omertà diversa da quella che Giordana raccontava ne I cento Passi, ma riesce a imporsi inquietante e raccapricciante nello stesso modo. Il senso di frustrazione, vergogna e ribrezzo di fronte ad atteggiamenti disgustosi, retaggio di vecchie consuetudini, tipiche di società patriarcali è il medesimo. Nina si trova a dover fare i conti con un ambiente lavorativo non solo malsano ma estremamente maschilista. Maschilismo chevsi declina in vari modi, dalla disparità salariale tra uomini e donne ai ricatti sessuali. Sesso in cambio del lavoro, privilegio e non più un diritto, cedere a molestie che non comportano una violenza fisica ma che non sono neanche delle semplici avances o "complimenti" come le chiamavano una volta. Molestie sessuali, calpestamento della dignità di un essere umano, esistite da sempre dicono molti, quasi a volerle far passare come una consuetudine, talvolta subite, accettate, inevitabili perché scritte nel dna dell’universo maschile. Bisogna scegliere da che parte stare, scegliere se dire no o adeguarsi alle circostanze e accettare perché in gioco c’è il lavoro, lo stipendio, i conti da pagare, le bocche da sfamare. Tutti sono sostituibili in questo mondo di precariato, specie poi se in quel tutti c’è una donna, magari straniera, senza un sostegno, spaventata, che con le mortificazioni ha imparato a convivere. Anche perché denunciare non è semplice specie se di mezzo ci sono potenti, se nessuno a parte la singola persona è disposta a testimoniare, a sporgere denuncia. Per non parlare dell’aspetto legale, trovare associazioni antiviolenza in grado di sostenere la vittima, avvocati che credono e combattono con e per lei. Sono questi i temi vasti, difficili, diversi e coraggiosi che troviamo nell’ultimo lungometraggio di Giordana. Coraggioso perché se è pur vero che in questi ultimi mesi si parla tanto di molestie sessuali sul lavoro (sono nati hashtag, campagne di ribellione e solidarietà verso le donne molestate), è anche vero che nessuno nel mondo del cinema italiano ci ha raccontato cosa vuol dire subire molestie in ambienti di lavoro specifici, cosa bisogna affrontare, l’iter da seguire, il dolore che si prova, l’emarginazione, l’assenza a volte di solidarietà dalle stesse donne. Nome di donna parla a nome di tutte le donne ma in particolar modo di una classe lavorativa specifica, che non è il mondo patinato e apparentemente fantastico del cinema o della televisione. Nelle note di regia, Marco Tullio Giordana tiene a sottolineare che “il film non riguarda solo la guerra trai sessi ma la disuguaglianza, il potere che qualcuno esercita su qualcun altro. In questo caso si parla di lotta di classe più che di prevaricazione sessuale”. Nina, magistralmente interpretata da una consapevole e credibile Cristiana Capotondi, è, come tutti personaggi della pellicola, in continua evoluzione, ognuno prende atto nel corso degli eventi di una totale e instabile precarietà che li coinvolge. Dalle colleghe di Nina, pronte a isolarla nel timore di vedere franare tutto l’ecosistema cui si sono drammaticamente adeguate, ai personaggi maschili come il molestatore, interpretato da un magnifico Valerio Binasco, regista teatrale e attore destinato a ruoli sgradevoli (era la “bestia” del film della Comencini La bestia nel cuore). La macchina da presa registra distante queste evoluzioni, in bilico tra due piani: quello dei fatti che succedono, attraverso inquadrature fisse o appena mosse, in una sorta di sguardo “oggettivo”, e quello più intimo dei personaggi, sottolineato da movimenti di macchina impercettibili, talvolta marcati come se il punto di vista slittasse di continuo in cerca di un equilibrio (o la sua illusione). Allo stesso modo fa la musica, del compositore premio Oscar Dario Marianelli, che con la sua partitura delicata sottolinea gli stati d’animo dei personaggi. Ugualmente controllata è la fotografia, la quale restituisce senza alcun eccesso cromatico i caratteristici ambienti della campagna italiana. Marco Tullio Giordana resta un professionista con il dono di saper raccontare le cose con uno stile narrativo pulito e chiarezza espositiva, “resta” perché Nome di donna non è il suo film migliore:  troppo “controllato”, frenato, didascalico, quasi distante. Sembra che il regista abbia perso il suo sguardo imponente e ricco di sorprese de La meglio gioventù o la forza indagatrice ed esplosiva di Romanzo di una strage o quella viscerale de I cento passi. E così con il suo incedere cauto e didattico finisce, ahimè, con l’appiattire la narrazione rendendo il film (sicuramente necessario) più adatto a un format televisivo che al grande schermo.

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La scena finale è un omaggio al cinema “non trionfante” di Dino Risi

 
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