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"L'intrepido" Antonio e la precarietà del Terzo Millennio

Scritto da Samuele Pasquino   
Venerdì 05 Gennaio 2018 11:08

l'intrepido5Il lavoro svolto da Antonio Pane (Antonio Albanese) è uno, nessuno e centomila: lui fa il rimpiazzo, cioè sostituisce chiunque in qualunque mansione per poche ore o una manciata di giorni. Una vita dura, da eterno precario, allietata da un ottimismo raro, un figlio sassofonista (Gabriele Rendina) e un’amicizia appena sbocciata, quella con la misteriosa Lucia (Livia Rossi).

Ci vuole indubbiamente coraggio per affrontare una giornata da disoccupato nel Terzo Millennio che non guarda in faccia a nessuno, lasciando indietro chiunque non tenga il passo per guardare avanti, verso un futuro che sembra non promettere davvero niente di buono. Per questo e molti altri motivi il titolo della pellicola diretta da Gianni Amelio recita L’intrepido riferendosi all’atipico protagonista Antonio Pane, interpretato con magistrale spontaneità e coinvolgimento da un Antonio Albanese costantemente sul pezzo, esilarante nei ruoli comici, struggente in quelli drammatici. Il regista italiano, consapevole di tale straordinaria ambivalenza, scrittura l’attore per un film che erroneamente viene catalogato come commedia senza però avere nulla a che vedere con i codici del genere, propendendo invece per una piaga moderna capace di irridere più che far ridere.

Una Milano fredda, cupa e scostante fa da sfondo alla quotidianità di un tapino qualunque inabile a fasciarsi la testa, e proprio per questo diverso dagli altri, un sorriso che cammina in cerca di nuove prospettive, di nuove proposte, di nuovi lidi. Antonio Pane è una notte l’Antonio Ricci attacchino di Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948), una mattina l’operaio Charlot di Tempi moderni (Charlie Chaplin, 1936), in tutti gli altri giorni il Jolly che prende la vita come viene provando comunque l’inevitabile sensazione amara dello smarrimento dalla quale tuttavia non si fa sopraffare. Non soccombe ai fasti della Città bene, attraversa candido l’opprimente coltre di cinismo che tocca gli emarginati e approda a lidi situazionali limbici e incerti.

Tutto ciò rende L’intrepido un romanzo di formazione in celluloide, completamente antropizzato per fare in modo che vi sia solo l’influenza umana a far da bosco e sottobosco senza interazioni altre né sintetizzazioni fuorvianti. C’è il romanticismo della tragedia che si consuma tra gli afflati della doverosa riflessione e le soverchianti esigenze di esistere ma non a tutti i costi, una considerazione letale per la fragile Lucia, cui presta il volto l’eccezionale Livia Rossi, attrice di talento in questa parte semplicemente immensa. E poi c’è lui, il faccione allegro di Albanese, che chiude con l’ennesimo sorriso una parabola di dialoghi importanti, scene ricche di significato e tanti insegnamenti propedeutici all’arte di sopravvivere.

 
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