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"Ci stanno due categorie, i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati"

Scritto da Samuele Pasquino   

giornalismoIl giornalismo, quello ben fatto, senza compromessi, è un mestiere per pochi eletti votati al sacrificio e alla consapevolezza che la cronaca (quella vera), l’inchiesta e la denuncia costituiscono elementi facenti parte di una giustizia perpetrata con la penna, ostracizzata e purtroppo rischiosa per chi ne tiene alta la bandiera. Il giornalismo non si fa dietro una scrivania, il giornalismo si vive in prima persona, tra la gente, sul fatto, sull’onda che porta a essere… nel pezzo. Indubbiamente una vocazione, dunque, che il giovane Giancarlo Siani aveva nel sangue, quello che ha versato nell’agguato subito il 23 settembre 1985 e che gli ha dato la morte sopraggiunta dopo ben dieci colpi di pistola esplosi da sicari freddi e risoluti. La sua colpa secondo i mandanti? Aver indagato troppo tra le maglie di rapporti ambigui e controversi fra i clan camorristici di Torre Annunziata e i politici dell’amministrazione locale, svelando marciume e corruzione nell’ambito degli appalti di ricostruzione edile post terremoto dell’Irpinia. Collaboratore e successivamente praticante giornalista per Il Mattino, Siani rappresenta una di quelle icone carismatiche che solo il tempo disseppellisce e glorifica ricordandone i meriti, tanto che nel 2009 Marco Risi ha voluto raccontarne la storia nel suo Fortapàsc, un tragico trattato sul martirio che il giornalismo onesto e profondo può tristemente implicare.

In questo film tutto italiano, è nostrano anche il modo - ormai asservito al potere e all’omertà - di fare cronaca nera in un contesto che demonizza i pochi “paladini senza corazza” che prima o poi il colpo ferale lo prendono. Il concetto lo esprime al meglio uno dei dialoghi che intercorrono fra Giancarlo Siani e il suo direttore responsabile Sasà, un confronto che spiega quanto possa essere inconciliabile la purezza del mestiere del cronista con un tessuto sociale compromesso come quello di Torre Annunziata (il Mezzogiorno in generale), comune in cui il malaffare arriva ad ammorbare ogni generazione e a sopraffare con la prepotenza, il fango e il dolore del lutto. Sasà (di esigua statura come esigua è la sua volontà di smuovere le acque melmose del sistema) argomenta, in breve, la differenza fra l’impiegato giornalista e il giornalista giornalista, un discorso lambito dalla brezza marina nella quiete di una spiaggia sporca (la terra corrotta) e quasi deserta (l'omertà).

Sasà: “Visto quanto è bravo il cane mio? Fa il cane e io faccio il padrone. Io sono il padrone del cane… e così è pure con gli uomini, Giancarlo, ci stanno i cani e ci stanno i padroni. Tu vuoi fare il cane o il padrone?”

Giancarlo: “Nessuno dei due, io voglio fare il giornalista.”

Sasà: “E lo sapevo che mi dicevi questo! E magari vuoi fare pure il giornalista giornalista, no? No, perché anche qua ci stanno due categorie: ci stanno i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati. Io in verità ho scelto la seconda categoria e devo dire che non mi trovo male. Sì, tengo la macchina, tengo la casa, tengo l’assistente sanitaria e tengo pure il cane… perché i giornalisti giornalisti sono tutta un’altra cosa, Giancarlo. Quelli portano le notizie, gli scoop e non sempre si devono aspettare gli applausi della redazione. No, perché le notizie e gli scoop sono una rottura di cazzo… fanno male, fanno malissimo e allora, se ti posso dare un consiglio, stai a sentire Sasà: l’inchiesta che stai facendo, io non ne voglio sapere niente. Dai retta a me, questo non è un paese da giornalisti giornalisti, è un paese da giornalisti impiegati.”

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Martedì, 21.08.2018
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