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"Non tornare mai più qui!"

Scritto da Samuele Pasquino   

non tornareLa vita non è scritta: riserva sorprese, si lega a doppio filo con altre vite, inizia, finisce e si alimenta all’ombra di un destino che, nonostante tutto, dipende strettamente dalle possibilità e dalla forza di volontà del singolo individuo. La scelta è il risultato più evidente di un libero arbitrio tutt’altro che fatuo, è il machete che permette di farsi largo nella folta vegetazione dell’esistenza capace di nascondere nuovi sentieri e strade, percorribili solo con il sacrificio e l’ostinazione. Questo orpello è dedicato a tutte quelle persone che, remando contro un fato impietoso e misero, hanno compiuto l’impresa, si sono fatti largo nella giungla dell’insormontabilità sociale e si sono imposti riuscendo a essere qualcuno. E’ la storia di Carl Brashear, che negli anni ’50 diventò il primo palombaro afroamericano della Marina degli Stati Uniti d’America e, successivamente, primo capo palombaro nonostante l’amputazione di una gamba a seguito di un incidente in servizio e, soprattutto, gli strascichi della segregazione razziale. La sua parabola ascendente è narrata nel film Men of honor (George Tillman Jr, 2000), una pellicola costellata da grandi significazioni e una pletora di scene intense, magnificamente equilibrate da massicce dosi di emozione in accordo a un’intelligente e ponderata verbosità.

Carl non è un ricco rampollo dei quartieri residenziali cittadini ma il figlio di un contadino del Kentucky, pieno di sogni e con un’unica aspirazione: entrare in Marina e diventare un palombaro. Il film si apre con un’inquadratura della campagna e un ragazzo nero intento a spingere un aratro in un campo secco da coltivare. Non è questa, però, la sequenza che ci interessa, non è la sua situazione a toccare le corde della commozione ma la necessità di una svolta e il saluto alla famiglia che muta drasticamente in un addio al suono del motore del bus reclutamento. Carl è là, come tanti ragazzi pronti a partire, di fronte al padre dallo sguardo severo e dal volto segnato dalla fatica ma anche dalla dignità. Un campo e controcampo alza il sipario drammatico sul dialogo fra due uomini, il figlio e il genitore, con la madre in disparte le cui guance sono solcate dalle lacrime tristi della separazione.

Carl:Tornerò, papà, per mietere il grano.

La sua asserzione suscita nel vecchio MacDonald una repentina reazione verbale accompagnata da un irrigidimento dei muscoli facciali, una serietà divenuta cupa ma estremamente decisa:

MacDonald:No! Non tornare mai più qui. Vai avanti e combatti, Carl. Non ti fidare delle promesse. Ribellati alle loro regole quando è giusto… e se verranno giorni duri – e ne verranno – non mollare, mai! E adesso va, Carl, e mi raccomando, non tornare, né in licenza né mai!

Carl:Va bene (trattiene il magone).”

Il ragazzo fa per andarsene, ma il padre attira ancora la sua attenzione toccandogli la spalla:

MacDonald:Questa è la cosa più importante che ho… prendila, così non mi dimenticherai!

La cosa è una radio artigianale, fatta di ingranaggi, legno grezzo e fil di ferro, che riporta inciso l’acronimo ASNF: A son never forget (Un figlio non dimentica mai).

Carl è interpretato da Cuba Gooding Jr, mentre il saggio padre da Carl Lumbly, attore giamaicano sconosciuto ai più ma in questa circostanza quasi da Oscar, toccante nel dare corpo e anima a un personaggio chiave, un padre che con lo strazio nel cuore ma un timbro di voce integerrimo deve dire al proprio figlio “Non tornare mai più qui!”, sapendo di non rivederlo ma convinto che il proprio ragazzo possa fare grandi cose lontano da casa e da un luogo che, altrimenti, avrebbe in serbo per lui solo costrizione e indigenza.

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Lunedì, 20.08.2018
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