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La Los Angeles di Blade Runner: il futuro immaginato nel 1982

Scritto da Samuele Pasquino   
Venerdì 11 Dicembre 2015 08:14

la los angeles di Blade Runner1Il 24 ottobre 2012, nel corso di un’intervista condotta in occasione del trentennale del capolavoro di Ridley Scott - quel Blade Runner che traspose nell’ormai lontano 1982 l’opera letteraria Ma gli androidi sognano pecore elettriche, scritto dal geniale scrittore di fantascienza Philip K. DickRutger Hauer afferma in tono assai profetico: “Trent’anni fa ho visto il futuro!”. L’attore olandese interpretava nel film di Scott il replicante Roy Batty, antagonista del cacciatore Deckard, di cui vestiva i panni Harrison Ford. la los angeles di Blade Runner2Alla base di questa affermazione soggiace e al contempo emerge una semplice ma non banale considerazione visiva concernente la situazione socio-economica che, nel complesso, pervade il nostro pianeta: giunta ai primi anni del XXI secolo, l’umanità oggi conosce progresso tecnologico, evoluzioni in campo medico e tanti, troppi conflitti dettati dalla brama di denaro e supremazia ideologico-religiosa (e naturalmente economico-politica), fattori in grado di originare profondi squilibri, disparità, abomini etici e la reiterata logica del massacro. Da non sottovalutare, inoltre, la destabilizzazione dovuta all’invasiva liberalizzazione dei mercati e dell’afflusso migratorio, due aspetti che hanno causato in alcuni paesi perdita di identità nazionale e svilimento di produzione con relativo decremento di qualità. Una novità? Stando alle parole di Hauer, assolutamente no e già negli anni ’80 il cinema americano presagiva un panorama di questo tipo, individuando nella distopia – intesa da definizione come “descrizione di una società immaginaria tutt’altro che vivibile, distorta, piegata all’alienazione, contrario di ‘utopia’” - la condotta ideale per intendere il futuro sul grande schermo.

la los angeles di Blade Runner3Al di là del suo indubbio fascino estetico, Blade Runner è entrato a pieno diritto nella hall of fame delle grandi pellicole per aver saputo precorrere i tempi guadagnandosi così la sua ambita fetta di immortalità. Analizziamone la vasta visione. Siamo nel 2019 e Los Angeles è eletta location e spazio d’azione, una città come tante in un mondo ormai alla deriva e da abbandonare negli anni a venire. Ecco perché sono state create le colonie extramondo, dove organismi cibernetici del tutto simili all’uomo, i Replicanti, lavorano come schiavi per garantire il benessere dei pochi privilegiati ai quali viene garantito, in cambio di forti somme di denaro, l’accesso a questi presunti paradisi. I Nexus 6, inoltre, vengono impiegati nell’azzardata esplorazione di altri pianeti, sfruttati e il più delle volte mandati a morire. Non ci soffermeremo, comunque, su di loro, ma piuttosto sugli scenari fisici che tanta suggestione incutono negli amanti della pellicola. Si ritorna allora su Los Angeles, che Ridley Scott descrive nelle primissime inquadrature attraverso una veduta dall’alto che ne svela la facciata più iridescente, invasa da luci artificiali, pozzi di estrazione energetica e impianti di raffinazione. la los angeles di Blade Runner4Centro focale della città è il dittico di torri piramidali in cui ha sede la Tyrell Corporation, la compagnia fondata dal geniale dottor Eldon Tyrell, creatore dei Replicanti. Tutt’intorno svettano imperiosi grattacieli, facenti parte di un’urbanistica sviluppatasi in altezza a causa della mancanza di spazio, che garantiscono centinaia di appartamenti accorpati in un singolo edificio. Questo assetto architettonico non è nuovo al cinema, anzi già nel 1927 un tale chiamato Fritz Lang – uno dei massimi esponenti dell’espressionismo tedesco – aveva immaginato attraverso il monumentale Metropolis una città dai marcati tratti discriminanti, caratterizzata da una divisione classista con una parte sotterranea occupata da poveri operai e una parte alla luce del sole, appannaggio dei signori. Al centro di questo contesto urbano vi è il grattacielo dell’imprenditore – dittatore – padrone Joh Fredersen. In Blade Runner, tuttavia, sussiste un’armoniosa convivenza fra un’architettura moderna e una più classica, accostamento che, nonostante il velato paradosso estetico, sembra non stridere: ne è un esempio il complesso nel quale vive il progettista genetico J.F. Sebastian, dove è ancora in funzione un vecchio ascensore elettrico. Il distretto di Polizia, cui si accede dalla cima di un grattacielo, consiste in un ampio atrio che ricalca la struttura di una stazione dei treni: l’ufficio del capitano Bryant ha ancora le caratteristiche di un anfratto di vecchi mobili, carta e polvere risalente agli anni ’50.

la los angeles di Blade Runner5Focalizzando l’attenzione sulla Los Angeles immaginata da Scott, troviamo una città buia, inghiottita dal fumo delle fabbriche e dall’inquinamento che ha raggiunto livelli spaventosi, tanto che la pioggia è diventato un fenomeno climatico costante. Enormi cartelloni luminosi e insegne abbaglianti reclamizzano marchi universali come ad esempio la Coca Cola, emblema del consumismo esasperato, la cui testimonial pubblicitaria è una donna cinese. Per inciso, infatti, in una società divenuta multietnica, la comunità cinese ha acquisito notevole superiorità numerica, contribuendo anche a fondere il proprio linguaggio con quello occidentale, dando così origine a un nuovo idioma, il Cityspeak. Il sovrappopolamento rende le strade principali perennemente intasate e solo chi ha un permesso speciale può spostarsi in auto. La Polizia e l’Unità Blade Runner si avvalgono così degli spinner, veicoli a decollo verticale in grado di librarsi in volo ed evitare ogni sorta di traffico.

Il futuro che ha visto Rutger Hauer nel 1982 non è tanto dissimile dal nostro presente, un tempo in cui l’economia vede avvicendarsi altri baricentri, in cui i bambini hanno sostituito pupazzi e bambole con cellulari e tablet, in cui la logica multietnica ha ormai preso il sopravvento originando pericolosi conflitti sociali e religiosi, in cui l’intelligenza artificiale ha già oltrepassato ampiamente i confini della mera sperimentazione insinuandosi sempre di più nello spazio d’azione umano.

 
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