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Il Moorwen, ovvero come una creatura sopravvive alla violenza

Scritto da Samuele Pasquino   
Sabato 23 Giugno 2018 11:17

moorwen1Nella speciale categoria degli Alfa-Predatori sono certamente l’Alien e il Predator a occupare saldamente la leadership in un universo sci-fi nel quale a rivestire un ruolo fondamentale sono proprio le creature antagoniste, dotate di un fascino che i principal characters del genere probabilmente non avranno mai, questo per motivi ancestrali insiti da sempre nello spettatore. In una nuova pellicola ci si attende un villain che da solo giustifichi la visione, perché tanto più esso elabora e mette in atto le dinamiche dello scontro, tanto più cresce il soddisfacimento in chi assiste al consumarsi del conflitto relativo fra buoni e cattivi.

Il Moorwen catapultato nel 709 d.C. di Outlander – L’ultimo vichingo mette in crisi la netta distinzione tra il bene e il male trasmettendo un’anomala empatia ch’è l’essenza vigente dell’opera cinematografica diretta da Howard McCain. La creatura trae il proprio nome dal Morlock descritto nel celebre romanzo La macchina del tempo di H.G.Wells, un pezzo di letteratura che il regista fonde narrativamente con il poema più lungo della produzione letteraria anglosassone, Beowulf. moorwen2Il Moorwen risulta in parte Grendel redivivo, ma c’è dell’altro e va scovato nella sua completa eradicazione dall’omonimo pianeta di provenienza. L’essere è l’unico sopravvissuto di una razza estinta a causa di una massiccia nuclearizzazione operata a fini di colonizzazione, un massacro come se ne sono già visti nella storia reale, dalla decimazione degli Indiani d’America al genocidio degli Ebrei, passando per gli annientamenti dei popoli d’Africa (Herero) e degli Armeni. Outlander è il racconto di una rabbia che esplode suscitando in colui che si oppone, il guerriero Kainan, uno spirito di vendetta mitigato dal senso di colpa per qualcosa di profondamente sbagliato.

Parlando del Moorwen, ci si trova ad analizzare una creatura sviluppata nella fase progettuale dal disegnatore Patrick Tatopoulos, chiamato a conferire una fisionomia ibrida a un organismo possente in grado di fondere la figura di un Drago di Komodo con quelle di un toro e di un gorilla assumendo così le movenze di tali animali e un’irresistibile velocità felina. moorwen3Giunto nel nord Europa come clandestino nella nave spaziale di Kainan, fa della terra dei vichinghi il suo nuovo habitat dimostrando tutte le qualità del predatore perfetto, un concentrato di mostruosità sensuale, personalità senziente, intelligenza ed eccezionale spirito di adattamento. La sua fisicità da Minotauro dell’Era Oscura è una sintesi di invulnerabilità manifesta contro la quale le usuali leggi della caccia si infrangono: il Moorwen non si può ferire con il metallo vichingo (ma con la lega extraterrestre del mezzo utilizzato da Kainan sì, tanto che sarà una spada forgiata dal beone guerriero Boromir a sancirne la morte), inoltre la sua pelle spessa e dura resiste anche al fuoco.

Se queste sono le sue difese, le strategie d’attacco sono ben più micidiali. Veloce, zompante e guardingo, moorwen4si avvale di sensi sviluppatissimi, la sua bocca ha denti affilati come quelli di un coccodrillo, senza contare gli acuminati artigli e la coda che, agitata come una frusta, riesce a tagliare al pari di una lama. Riflessi e agilità straordinari emergono contestualmente alla bioluminescenza, ovvero la capacità di emettere luce tramite reazioni chimiche che convertono energia chimica in energia luminosa (il Moorwen copre totalmente lo spettro di colori, prediligendo il rosso e il blu).

Il suo scopo alterna la volontà di uccidere all’istinto di doversi nutrire, ecco perché sceglie sovente di “rapire” le vittime portandole in un antro ipogeo, là dove può mangiare indisturbato consumando carne di individui ancora vivi, forse il tratto più macabro delle dinamiche della creatura. Cos’è allora il Moorwen? È un reduce disperato che rivendica la propria sopravvivenza? È un assassino? È un mostro nel vero senso della parola? La risposta risiede nell’interpretazione corretta del suo comportamento, nella discutibilità della conquista esercitata ai suoi danni e nell’esecrabilità della violenza, solo e soltanto umana.

 
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