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Fotogramma di un dubbio: l'inconsapevole peccato di Eva

Scritto da Samuele Pasquino   
Sabato 01 Settembre 2018 16:21

l'inconsapevole peccato di evaC’è un fotogramma che più di tutti gli altri catalizza l’attenzione dello spettatore, un fotogramma da cogliersi nella sua piena e tragica propensione alla profezia, un istante che sa di fiele per quanto glaciale sia la cattura dell’attimo, dell’immagine destinata a scolpirsi nella mente senza più abbandonarla. E ora parliamo di Kevin si caratterizza per il suo essere insieme di fotografie che il cinematografo inserisce in un continuum temporale rendendole dinamiche, una successione di situazioni presagenti un contesto adagiato nel declivio più oscuro della parola “destino”, caricata di significati da un film che investe molto lentamente eppur violentemente chi ne sostiene la visione.

Lynne Ramsay dimostra la sua fine sensibilità registica partendo dall’assunto che probabilmente in questo caso solo una donna sarebbe riuscita a entrare così nel profondo di un simile ritratto al centro del quale una madre si ritrova a vivere dall’interno una vita mai completamente idealizzata né somatizzata, un’esistenza apparentemente immobile laddove tutto il resto sembra muoversi troppo in fretta e in direzioni non volute. Una hippy libera, felice e scanzonata sale ignara sulla catapulta del fato e improvvisamente perde la padronanza del proprio stare al mondo finendo protagonista, suo malgrado, di una dimensione che non riesce a riconoscere.

Eccolo, il principio di quella dimensione: una stanza d’ospedale, muro, letto e lenzuolo completamente bianchi, di quel bianco asettico antitetico a qualunque tipo di determinatezza e al centro focale dell’inquadratura… nessuno. Già, perché le tre figure ritratte stanno tutte a margine, colei che ha appena partorito sulla sinistra, il di lei marito a destra e fra le braccia lui, il neonato Kevin, la colonna portante di una deriva sociale agghiacciante. Eva non partecipa al gioco di sguardi affettuosi del figlio e del consorte Franklin, resta fuori da quel giubilo di dolci vagiti e versi gigioneschi, intenta a fissare il bordo della branda con occhi vitrei, che tuttavia qualcosa comunicano e fin troppo chiaramente, lo smarrimento, l’entrata nel vortice del dubbio, nei meandri di un’ipotetica frase che recita “Cosa ho fatto?”. Quei pensieri accavallati l’uno sull’altro, abbarbicati sui cardini taglienti della solitudine più aspra saranno rivelatori, perché Eva il suo inconsapevole peccato lo ha commesso, dando alla luce uno degli adepti di quel serpente che seppe ingannevolmente tentare l’omonima prima donna. Kevin, infatti, si renderà empio commettendo una strage nel proprio liceo, previo farsi autore di un doppio delitto ai danni del padre e della sorella minore.

Cosa suggerisce, dunque, quel fotogramma, quell’immagine estremamente nitida, quella fotografia in movimento che ammicca al triste compimento del fato? L’istante ci suggerisce che la cara, vecchia Eva è morta proprio in quel momento, in quella stanza d’ospedale, e la risolutezza facciale dell’interprete Tilda Swinton consegna alla nuova rassegnata Eva la consapevolezza di aver chiuso le finestre della serenità per convivere con le conseguenze di quel peccato.

 
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