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Una lettera per Jacob

Scritto da Giorgia Colucci   
Martedì 29 Agosto 2017 11:10

una lettera per jacobTitolo originale: Una lettera per Jacob

Regia: Samuele Pasquino

Cast: Silvia Mercuriati, Francesca Piana

Musiche: John Michel, Sinfonia N° 7 Allegretto di Ludwig van Beethoven

Produzione: Italia 2017una lettera per jacob1

Genere: Drammatico

Durata: 6 minuti

Film completo

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Regia:

Interpretazione:

Sceneggiatura: una lettera per jacob3

Musica:

Giudizio:

 

Trama

Silvia (Silvia Mercuriati) è una giovane donna che coglie l'opportunità di adottare a distanza Jacob, un bambino africano. Una lunga lettera dà il via a una corrispondenza che sarà in grado di dare speranza al piccolo, realizzando appieno l'umanità della ragazza, che in questo modo scoprirà se stessa sotto una luce nuova.

Recensione

Ad aprire il cortometraggio di Samuele Pasquino sono le parole di Maria Montessori, non soltanto un’introduzione al tema centrale dell’adozione a distanza, ma soprattutto al valore della speranza e del futuro che in essa si cela. Proprio alla speranza richiama anche la prima immagine del film, la luce di una candela che riverbera nel buio di una stanza vuota, nella quale a poco a poco scorgiamo una figura china su una scrivania, una donna intenta a scrivere, a scrivere a Jacob. Si tratta della madre adottiva del bambino, come rende noto la voce over che esprime i pensieri della donna, una seconda madre, una tata, un’amica, qualunque ruolo Jacob deciderà di darle. Perché sì, proprio a lui spetterà il compito di conferirgliene uno, il migliore per permettere a se stesso di essere aiutato e crescere nella luce della speranza; la stessa, sulla quale spesso indugia la cinepresa, talvolta anche trascurando la donna intenta a scrivere, forse a significare che quella donna può essere chiunque. È una scena elegiaca, quasi d’altri tempi, con quella candela che strappa la scena al tempo; allo stesso modo il linguaggio è poetico, nonostante conservi quella semplicità utile a lasciarsi comprendere da un bambino. L’inquadratura ondeggia dolcemente tra la luce e il volto della donna, accarezzandone in alcuni primi e primissimi piani ben riusciti le ansie e i desideri. Nemmeno il cellulare, richiamo del frenetico mondo della modernità, può distrarre la futura madre dal suo desiderio di recare aiuto, di donare l’acqua della vita e della speranza a Jacob, ma anche a se stessa, liberandosi dall’aridità e dal mutismo dell’epoca a lei contemporanea. Allora la luce della speranza diviene anche luce della verità che accompagna, insieme ai toni profondi e sentimentali di Beethoven, la presa di coscienza di una donna che finalmente diventa madre, una seconda madre. A questo punto Pasquino, con inquadrature sempre più ravvicinate, ci accompagna nel percorso di consapevolezza della donna: la stanza non è più vuota, una sedia è posta nell’angolo a sottolineare la presenza di Jacob. Le cure della madre, anche se a distanza, permetteranno al bambino di crescere, come l’acqua riversata amorevolmente dalla donna sulla terra assetata del barattolo che ella conserva come ricordo simbolico del proprio figlio. Di nuovo la cinepresa torna alla candela, luce della speranza, ma anche della conoscenza che strapperà Jacob alle futili arroganze del mondo e gli permetterà di sognare e di armarsi con il pungolo della fantasia contro le sofferenze della vita; mentre la madre dipinge quest’idillio, la musica cresce in un climax di forza e intensità, la stessa che anima il percorso di Jacob nelle foto che scorrono tra le dita della madre e che lo mostrano sempre più grande, fino all’età adulta. La donna viene quindi mostrata anziana, ancora intenta a scrivere e rafforzare quel rapporto che da anni ha riempito la sua vita sino al tramonto, un rapporto di “condivisione, di compassione senza compatimento, amore senza condizioni”. Quest’amore è proprio l’appiglio più grande di una madre, il significato che le permette di affrontare serenamente la fine, come ammette ella stessa nella scena successiva, dove intenta a specchiarsi riconosce nella sua anziana immagine quella vigorosa della gioventù. In una suggestiva sovrapposizione delle due figure, percepiamo quello che la voce over rende noto, ossia che l’aiuto conferito a Jacob per divenire un uomo ha consentito alla donna di divenire cosciente della propria pienezza di essere umano, di donna e di madre. Sicura di questa consapevolezza, la donna spegne la luce sulla scena e sulla sua vita, una lampada elettrica questa volta, ma non priva del sapore poetico del tramonto. Nella breve durata del cortometraggio sono dunque poeticamente racchiuse due vite, quelle di Jacob e di sua madre, che Pasquino è capace di dipingere in modo elegiaco, senza però scadere nel rischio del melodramma. Apprezzato è il largo uso dei simboli che consentono di esprimere in modo diretto i numerosi significati e sfaccettature dell’adozione a distanza, riuscendo inoltre a comunicare la nuova, intensa presenza di Jacob nella vita di sua madre. La vera protagonista del film è la cinepresa che vaga per la stanza accarezzando proprio tali simboli, tra i quali, per certi versi, può essere inclusa anche la donna, nelle diverse fasi della sua vita: infatti, grazie alla recitazione simpatetica ma misurata di Silvia Mercuriati e Francesca Piana, i concetti di umanità e di maternità sono percepiti come universali. In conclusione, grazie anche alla meravigliosa colonna sonora scelta come accompagnamento, il cortometraggio di Pasquino si dimostra toccante e suggestivo, perfettamente efficace nel rappresentare i temi proposti.

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Il film è stato girato, eccezion fatta per l'ultima sequenza, nella sede del TLC - Teatro Laboratorio Creativo, centro culturale ubicato a Pianezza, una cittadina in provincia di Torino

 
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