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De Matteo: “Con 'La vita possibile' chiudo il cerchio sulla trilogia della famiglia.”

Scritto da Gemma Buonanno   
Martedì 20 Settembre 2016 12:12

la vita possibile conferenza stampa19 settembre 2016. E' stato presentato alla stampa, nella splendida cornice della Casa del Cinema di Roma, La vita possibile (nelle sale dal 22 settembre per la Teodora Film), il quinto lungometraggio del regista Ivano De Matteo. Presente in sala l’intero cast artistico, oltre alla sceneggiatrice Valentina Ferlan e naturalmente al regista.

La storia è quella di Valerio (Andrea Pittorino), figlio 13enne di Anna (Margherita Buy), una donna vittima di violenza coniugale, e della loro rinascita: in fuga da Roma per Torino, i due trovano rifugio in casa di Carla (Valeria Golino), amica storica di Anna, attrice di teatro un po’ eccentrica.  I due cercano, seppur con mille difficoltà, di adattarsi alla nuova situazione e grazie all’amicizia di Carla e all’aiuto inaspettato di un ristoratore francese, Mathieu (Bruno Todeschini), riusciranno a vivere una nuova vita, perché “la vita possibile” esiste.

De Matteo e la Ferlan (co-sceneggiatrice e compagna del regista) hanno scelto di raccontarci la storia di Anna attraverso gli occhi del figlio adolescente, che si ritrova a dover affrontare una nuova vita fatta di assenze, di punti di riferimento e in lotta con sentimenti contrastanti che vanno dalla paura all’amore, dal risentimento alla speranza. La scelta di narrare questa storia fatta di violenza, ribellione e rinascita è dettata dalla precisa volontà di De Matteo di non incentrare la storia su Anna, sulla violenza in maniera“voyeuristica”. Precisa la Ferlan:“Il personaggio di Anna non è pieno di troppo vissuto e di emozioni, perché spettatrice di questa storia tragica”.

Si pronuncia naturalmente anche De Matteo: “Con questo film ho voluto chiudere un cerchio sulla trilogia della famiglia.”  Per farlo, il cineasta ha scelto un approccio drammaturgico differente: la famiglia de Gli Equilibristi e de I nostri ragazzi è una famiglia normale, con tutte le criticità del caso, che vive una vita tranquilla improvvisamente distrutta da un evento esterno, quindi diretta alla disgregazione e alla disperazione. Qui, ne La vita possibile, si ha un'inversione di marcia, si procede cioè al contrario, ovvero dalla distruzione alla ricostruzione. “Il motivo" - continua il regista - "è dato da una mia precisa necessità, volevo realizzare finalmente un film positivo, di sentimento, che non comunicasse sempre e soltanto angoscia e pessimismo allo spettatore, abituato a un mio cinema caustico e lacrimoso. Ripeto: non mi interessava fare un film sulla violenza ma sulla ricostruzione. Le frasi iniziali che dice il marito alla moglie, e che io ho edulcorato, prese dagli atti di un processo e la lettera che le scrive il marito, da una raccolta di lettere di uomini violenti, bastano a rendere duro e realistico il film (…)". Continua poi dicendo:“Lo spunto è venuto dalla storia di una conoscente della mia compagna, che ha subito dieci anni di violenze con un figlio ancora più piccolo di quello del film. Non volevo fare un film sulla violenza sulle donne che fosse voyeuristico e che mostrasse quella violenza, volevo raccontare cosa accade dopo. Sono andato a parlare con parecchie di queste donne vittime di vessazione e con il presidente di un centro antiviolenza di Torino, e ho deciso che era importante raccontare non il mentre ma il dopo. Se dovessi definirlo in tre parole, direi che è un film sulla violenza di un uomo, l'amicizia di una donna e l'amore di un bambino”.

L’amicizia di una donna, Carla, interpretata da Valeria Golino: “Sapevo che il mio personaggio era funzionale e importante per la storia, serviva a dare una nota di musica. Sapevo che entravo con la mia piccola parte a fare una cosa necessaria a questa narrazione dolce, tenue, dolente, malinconica, ma anche allegra e speranzosa. Sapevo che in quelle scene il mio dovere era di portare a Margherita o a Ivano qualcosa che serve nel film e servirebbe nella vita. Forse nessuno sarà d'accordo con me ma in questa storia quello che manca è proprio l'odio; l'odio non si sente, è come se lui avesse scelto di non odiare nemmeno il padre. Io lo giudico, penso che si debba far curare ma non provo odio per lui e questo quando ho visto il film mi ha fatto piacere, piacere che ci fosse anche un senso di compassione”.

L’amore di un bambino. Andrea Pittorino: “Valerio è un ragazzo normale con una sua vita, la scuola, il calcio, gli amici, un padre che si ritrova improvvisamente, dopo l’allontanamento da Roma, senza più nulla, senza  punti di riferimento”. Saranno l’amore e l’incontro con la giovane prostituta Larissa (Caterina Shulha) a modificare la sua visione del mondo e il suo rapporto con gli altri, madre compresa. Oltre all’amore di Anna che - come dichiara la sua interprete Margherita Buy - “Una volta presa coscienza delle cose orribili della sua vita, riuscirà a fidarsi dell’altro e a (ri)scoprire la positività e l’amicizia.

Dopo la visione del film, ma soprattutto dopo la conferenza stampa, si ha ben chiaro quello che De Matteo non ha voluto fare nel suo film. Non è un'opera incentrata sulla violenza sulle donne e sulle motivazioni che portano la donna a subire o a non reagire. Non è una pellicola che mostra la violenza o che indaga sul femminicidio. Resta comunque un (amaro) dubbio. Cos’è? In altre parole, quali sono le motivazioni reali e più profonde che lo hanno spinto a scrivere e dirigere La vita possibile? Perché trattare un tema, seppur marginalmente, così delicato e attuale come la violenza sulle donne? Per cavalcare l’onda, per la sua anima documentarista predominante su quella attoriale e registica?  Per mandare una messaggio di speranza, un monito a tutte le famiglie, donne e figli, vittime di violenza? Per rimarcare il coraggio delle donne? Per denunciare l’assenteismo dello Stato?

Probabilmente sì, perché c’è un pò di tutto in quest'ultimo intenso lavoro, ma il risultato non convince quanto l’intenzione. De Matteo riesce molto meglio nelle tragedie familiari dai toni dissacranti, ironici con virate tragiche e improvvise e con tematiche che, probabilmente, conosce meglio. Qui la sua firma “autoriale” è nascosta da un sentimentalismo profondo che non sembra appartenergli e la sua ironia romanesca è dissimulata da toni più seriosi e nordici. Semantica a parte, quello che resta dopo la visione e la tavola rotonda è una sua certa ingenuità nell’affrontare il dolore e il suo superamento, dato anche da una scarsa quanto approssimativa conoscenza del “femminicidio”. Parola che in realtà il regista non ha mai utilizzato, ritenendo che la violenza sulle donne sia frutto di un raptus - “Io racconto quelle che sono le mie paure: chi mi dice che domani non mi alzi e ammazzi di botte la mia compagna”- perpetuato da uomini malati ai danni di una donna e non una violenza di genere, una violazione dei diritti umani, frutto di una società ancora terribilmente patriarcale e maschilista. Tale affermazione vanifica in parte il lavoro dei centri antiviolenza, che nel film oltretutto non ne escono benissimo, e delle lotte per far applicare leggi che esistono a tutela delle donne… ma questa è un’altra storia.

 
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