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Il documentario di Amelio contro l'omofobia

Scritto da Roberto Baldassarre   
Giovedì 06 Marzo 2014 09:11

gianni amelio conferenza felice chi è diverso26 febbraio 2014, Roma – Cinema Quattro Fontane. È appena terminata la proiezione dell’ultima opera di Gianni Amelio, uno dei maggiori e applauditi registi italiani. L’opera in questione è il documentario Felice chi è diverso, che era stato presentato al 64º Festival di Berlino, nella sezione Panorama. Alla conferenza presenzia Gianni Amelio e il moderatore è il critico Bruno Fornara. Poco prima di cominciare l’incontro con i giornalisti, casualmente e con grande sorpresa si unisce al meeting anche Ninetto Davoli, che per tutta la proiezione era rimasto seduto in sala a guardare la pellicola. Nella sala sono presenti, seppur non interverranno, anche il produttore Roberto Ciccutto, la montatrice Cecilia Pagliarini e Francesco Costabile, che si era occupato delle ricerche e della documentazione. Il documentario sembra che sia piaciuto, a differenza del Festival di Berlino, dove le critiche erano un poco discordanti. La conferenza dura poco e le domande sono esigue, soprattutto perché Amelio nelle sue risposte si dilunga molto. Quasi tutte vertono sul rapporto tra il tema di Felice chi è diverso e i rigurgiti omofobici di questi giorni, soprattutto dopo la violenta legge approvata dal Presidente dell’Uganda Museveni, che ritiene l’omosessualità un crimine, punibile, se reiterato, con l’ergastolo. Ma Amelio cerca di riportare il discorso sempre verso il documentario.

Apre il dibattito il critico Fornara partendo dall’intervista finale, quella al giovane Aron. Scherzosamente rileva come le campane di una chiesa quasi sovrastano il dialogo: «Notavamo quelle campane che entrano nel sonoro e scherzavamo sul fatto che potesse avercele messe il nuovo Papa, per dare un po’ un viatico a questo ragazzo che si avvia verso una vita che non sarà facile».

Risponde Amelio, che ritiene questa sbarazzina domanda in riferimento al Papa non tanto peregrina: «Molto più importante tra i tanti coming out del mondo è quello che Papa Francesco, qualche settimana dopo essere stato eletto, ha detto: 'Chi sono io per giudicare un omosessuale?'. E quella frase secondo me equivale alla posa di una prima pietra, quella che San Pietro ha messo per edificare la chiesa di Cristo. Io credo che nessun Papa abbia mai detto una frase di questo genere». Amelio prosegue: «Dato che stiamo parlando di questo argomento riferendoci a questo documentario, che racconta come la battaglia non sia finita ancora, l’idea che ci sia oggi un Papa che in qualche modo riconosca il problema in una maniera aperta è una grande cosa, è una cosa storica».

Bruno Fornara, prima di passare la parola alla stampa, chiede a Davoli se vuole aggiungere qualcosa a quello che ha appena detto Amelio. Davoli esordisce in modo simpatico, accentuato anche dal suo spiccato romanesco: «Ma che, a proposito del Papa?». La sala ride, ma immediatamente Ninetto dice la sua opinione e riporta il discorso alla serietà: «Il Papa giustamente è un uomo…di grande valore, che c’ha una testa e una mente per pensare e per ragionare. La frase che ha detto il Papa mi sembra una frase che secondo me avrebbero dovuto pensare un po’ tutti. Perché è brutto che ci siano ancora questi pregiudizi sull’omosessualità».

A questo punto Fornara da spazio alle domande dei giornalisti. Il primo quesito riguarda il perché della scelta di testimonianze di omosessuali di un’altra generazione. Amelio: «Parto un po’ da lontano… a Berlino c’è stato un articolo lungo da parte di Hollywood Reporter… ha scritto che sembra un documentario, anzi lo definisce film, sembra un film fatto trent’anni fa. Questo è l’elogio più grande che mi potesse arrivare». Interviene anche Davoli, esternando il suo pensiero su come l’omosessualità sia ancora un tabù: «Noi viviamo quest’era, un'era per così dire moderna, manco per il c...o, non è moderna per il c…o! Io l’ho detta come la dicono a Parigi». Prende di nuovo la parola Amelio che ribadisce: «È per questo che io ho fatto un documentario nel quale parlassero delle persone che testimoniano quello che è stato, ma testimoniano soprattutto quello che è. Nella conclusione di ogni racconto c’è il fatto che purtroppo ancora oggi per tante ragioni è difficile poter dire le cose come sono».

Viene posta anche una domanda sulla scelta stilistica del documentario, soprattutto riguardo al perché sotto gli intervistati non appaiono i loro nomi, rendendo difficile a uno spettatore l’identificazione della persona: «Con Cecilia abbiamo sempre privilegiato il discorso complessivo, non il caso singolo. E ogni volta abbiamo considerato che il caso singolo dovesse far parte di un disegno generale. È per questa ragione che abbiamo evitato di mettere i nomi sotto le facce delle persone, come fanno in televisione. Ed è per questa ragione che non abbiamo privilegiato nemmeno nei titoli le persone note, ma abbiamo messo tutte testimonianze e racconti di persone! Quindi mettere il nome sotto significa fare falsa informazione, sottolineare che quella è l’opinione di quel tale».

Gli viene anche chiesto come mai non ci sono interviste a calciatori e sportivi, soprattutto perché nello sport solo ultimamente qualche personaggio noto ha fatto outing. Amelio risponde: «Perché io non vado per categorie. Adesso non è che mi metto a dire quanti ce ne sono tra gli attori… perché non è una cosa che mi interessi. A me interessa sentire il polso di una società nei confronti di una persona che ha degli orientamenti della maggioranza. Diventa quasi un fatto di pettegolezzo». Infine gli viene domandato il quesito diciamo canonico, cioè quando è nato il progetto e come si è sviluppato: «Due anni fa Roberto Ciccutto mi chiese 'Vuoi fare un documentario per Cinecittà Luce su un argomento che tu scegli in libertá?' Io scelsi il tema dell'omosessualità».

Adesso si spera che Felice chi è diverso possa avere un buon riscontro con il pubblico e aiutare a riflettere sull’omofobia.

 
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