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"Il mundial dimenticato" - parlano i registi

Scritto da Irene Fraschetti   
Venerdì 01 Giugno 2012 21:00

patagonia“I mondiali del 1942 non figurano in nessun libro di storia, ma si giocarono nella Patagonia argentina” (Il figlio di Butch Cassidy, 1995): dalla volontà dei due registi Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni di colmare un buco che si era creato nella storia del calcio, nasce il documentario "Il mundial dimenticato". Il primo a prendere la parola all’anteprima del film, svoltasi alla Casa del Cinema di Roma, è Daniele Mazzocca, uno dei due produttori di questa pellicola frutto della collaborazione con l’Argentina:

“E’ una cosa atipica: qualcuno mi chiede se è documentario, altri se è fiction. Se non capite cosa sia vero e cosa finto non vi preoccupate; anche importanti firme del giornalismo sportivo avevano dubbi. Di vero c’è il contesto storico e i personaggi famosi che si sono prestati a questo gioco. E’ un film pazzo, sgangherato, tecnicamente un mockumentary: volevamo prendere un po’ in giro il pubblico, il mercato e lo spettatore, ma al contempo farlo riflettere. Dal momento che si tratta di un film atipico, dovevamo trovare una formula originale per promuoverlo: prima di tutto per la sua natura, e poi perché eravamo sostanzialmente poveri e volevamo fare di necessità virtù.”

patagonia1A questo punto si inserisce Geo Ceccarelli, direttore generale di tbwa, che ricorda quanto sia stato divertente organizzare la campagna promozionale di questo film e quanto si siano allineati allo spirito della pellicola, cercando di “surfare tra realtà e fantasia”.

Tale campagna consiste, in breve, nella messa in scena di un ragazzo che partecipa alla versione giapponese di “Chi vuol essere milionario” e alla domanda “Dove si sono svolti i mondiali nel ’42?” risponde assertivamente “Patagonia”, perdendo. E’ stato aperto successivamente un blog in cui il ragazzo, Katsuro, lancia un appello generale alla rete chiedendo il sostegno di chiunque abbia in mano delle prove che i mondiali del ’42 si siano effettivamente svolti in Patagonia. Lanciato il video nel web, molte personalità di spicco del calcio ma non solo hanno aderito a questo gioco, e così il “metodo Mapuche”: quello del portiere soprannominato “tigre” che ipnotizzava gli avversari per capire dove avrebbero tirato e parare il rigore, è diventato un tormentone non solo su internet. Se ne ha testimonianza in una simpatica intervista a Gigi Buffon, in cui afferma di aver fatto sbagliare il rigore alla Germania nei mondiali grazie a quel metodo.

patagonia2Successivamente, interviene l’addetta culturale all’ambasciata argentina, sottolineando l’importanza di questa produzione congiunta dei due Paesi, e poi la parola passa ai due registi, che prima di tutto spiegano l’importanza dell’utilizzo di repertorio vero: prima di tutto per dare veridicità al film, ma anche per motivi produttivi. Il secondo lavoro è stato poi quello di girare del materiale in sintonia con quello vero per integrarlo; è stato importante, quindi, “incrociare i due livelli” in modo credibile.

Nel raccontare cosa li abbia colpiti del libro di Soriano, Lorenzo Garzella afferma che il suo approccio al calcio era sentito molto vicino a loro, e che il suo racconto gli dava l’opportunità di unire due passioni, quella per la letteratura, soprattutto quella sudamericana, in cui leggenda e verità si mescolano, e quella per il cinema, in particolare quello degli albori, delle sperimentazioni. Il loro è stato più che altro un lavoro di “messa in scena di un documentario”: come afferma Filippo Macelloni, il film parte in maniera sobria e poi si verifica un accumulo di assurdità, parte come un documentario per poi degenerare nel surreale. Lo spettatore in tutto ciò ha un ruolo attivo: è suo compito, infatti, chiarire il confine tra realtà e finzione; è una sorta di “documentario a metà”, che racconta una storia frutto della fantasia, ma conferendole plausibilità.

Due sono le parole chiave per definire il film nella sua interezza, dalla produzione al risultato finale, secondo Lorenzo Gazzella: “cornucopia”, che indica un film che abbraccia molti temi (“è un film anche sulla mia infanzia”, afferma il regista, “perché contiene anche gli stereotipi e le mitologie infantili sul calcio: c’è il bomber, il buono, il cattivo…”) e “guerriglia”, che riguarda soprattutto la fase di produzione.

L’anteprima si chiude con una richiesta dei due registi a tutti i giornalisti in sala: “Per favore non inserite il film nella categoria dei documentari, dove stiamo con molto imbarazzo”. Essendo, infatti, due documentaristi di nascita, indole e formazione, conoscono molto bene il lavoro e la fatica che sono dietro al racconto della verità, e sanno di aver realizzato un prodotto molto diverso.

 
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