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Sorrentino vince e il cinema italiano risorge

Scritto da Samuele Pasquino   
Mercoledì 05 Marzo 2014 11:19

la vittoria di sorrentino con La grande bellezzaLa grande bellezza è l’opera che consacra definitivamente il regista Paolo Sorrentino consegnandolo all’attenzione dell’Olimpo cinematografico oltreoceano, ponendosi come perfetta sintetizzatrice dell’intero percorso filmico compiuto in passato: L’uomo in più (2001), Le conseguenze dell’amore (2004), L’amico di famiglia (2006), Il divo (2008) e This must be the place (2011) confluiscono nel fulgido esempio di celluloide popolar-colta capace di farsi apprezzare anche da Hollywood a tal punto da meritare un Oscar che in Italia non si vedeva dal lontano 1997, l’anno di Roberto Benigni e del suo capolavoro La vita è bella. Il nostro cinema, finora sostenuto a fatica solo da miti eternamente sussistenti quali Ermanno Olmi, Bernardo Bertolucci, Nanni Moretti e Ferzan Ozpetek – luci nell’oscurantismo profuso da banali commedie o perle d’idiozia – risorge imponendosi nuovamente agli occhi del mondo e facendolo con classe ed eleganza.

Sorrentino racconta il nostro Paese nella storica cornice del Caput Mundi, una Roma coacervo di meraviglie architettoniche e madre adottiva di lingue e plurime nazionalità che la rendono una Babele popolata da italiani, turisti giapponesi, domestiche sudamericane e viandanti spagnole. Una parabola strettamente intrecciata ai roboanti moniti biblici che rievocano Sodoma e Gomorra e silenti inferni sulla Terra, spettacoli trasposti in un teatro di lusso e perdizione, nella piena contrapposizione fra peccato e purezza. Il protagonista, Jep Gambardella, si fa cantore guida di una dimensione soggiacente costruita sulla prospettiva dantesca dell’abisso, del girone, del fallace, presentando (facendone parte) una classe popolare che difende strenuamente una maschera fatta di ipocrisia, falsa cultura e snobismo ostentato; maschera che cela mediocri, falliti, erotomani esasperati, qualunquisti e cinici abbandonatisi alla volgarità. Il deus ex machina giudicante, e dietro il quale la folla di spettatori osserva, percorre le strade della città e fruisce dell’alternarsi del giorno e della notte, incontrando personaggi biascicanti, schiacciati sotto il peso dell’apparenza e della miseria esistenziale. Lo stesso Jep è figlio di un parto ambiguo, il cui travaglio destina dolore e sacrificio al nulla idealizzato ma irrealizzato, esponendo una mistificazione quale unica soluzione alla noia, che pure vince e alla quale inevitabilmente si soccombe.

Sorrentino riempie le inquadrature di estraniazioni forti quasi fossero arti figurative incarnate, riassumendo tutta la filosofia scenico-semantica di Federico Fellini e attingendola da assoluti come I vitelloni, Satyricon, La città delle donne e Le notti di Cabiria. Il gusto circense del compianto cineasta emiliano si sposa appieno con la presunzione disadattata dei mondani consapevoli del proprio fallimento umano, ai quali non resta altro che il ridicolo per divertirsi, o il suicidio per sfuggire alla propria condizione. Nei discorsi notturni, poi, affiorano tutti i veleni che compongono la malattia interiore già espressa ne La dolce vita, il punto più alto del drammatismo felliniano. Una storia, dunque, che parla di decadenza, alla quale Sorrentino oppone il credo religioso, echeggiante nella continua presenza di suore, cardinali (tristemente cedevoli anch’essi al vizio) e di una Santa, ultimo baluardo di una sacralità che, alla fine di una estenuante scalinata, cade e muore, piegata all’irreversibile misfatto. La grande bellezza è realmente una bella pellicola, colpevole – se di colpa si tratta – di non riuscire a farsi comprendere da tutti a causa di un eccessivo zelo in termini di allegoria letteraria. Toni Servillo obiettivamente eccezionale, compresenze provvidenziali, camei funzionali.

E' mia esplicita convinzione, come detto a chiare lettere all'inizio del mio panegirico, che il cinema italiano sia ricomparso in pompa magna e abbia tanto da dire nei giorni a venire. Bentornato!

 
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