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Philip Seymour Hoffman e l'infelicità che non ti spieghi

Scritto da Samuele Pasquino   
Lunedì 03 Febbraio 2014 17:16

l'attore Philip Seymour HoffmanNon mi piace scrivere tanto per scrivere. Detesto riempire pagine bianche di vacue parole, la retorica non è il mio mestiere. Proprio per questo era da mesi che non pubblicavo un mio editoriale, per il motivo poc’anzi espresso. Philip Seymour Hoffman ne Il grande LebowskiMio malgrado mi trovo ora a rattristarmi e condividere tale opprimente tristezza con tutti gli appassionati di cinema, neofiti e semplici fruitori dell’intrattenimento cinematografico, catodico e web: “E’ morto il grande attore Philip Seymour Hoffman”, un’oscura notizia che non avrei mai voluto leggere, se non (forse) fra cent’anni (più che sopraggiunti limiti d’anzianità). Ecco come, paradossalmente e beffardamente, torna l’ispirazione per rivolgere nuovamente il mio pensiero da direttore responsabile di Recencinema.it a voi che ci seguite così assiduamente, cari fan, ferventi internauti e sporadici navigatori della “ragnatela mediatica”. Con rabbia interiore e profonda costernazione mi chiedo: Perché un autentico talento dovrebbe arrivare a bruciarsi la vita per mano di un’ignominia ch’è la droga? Philip Seymour Hoffman in Patch AdamsCos’è questo male che seguita da anni, molti anni, a colpire quelli che riteniamo essere idoli dell’Olimpo cinematografico, personaggi così lontani da noi per una serie di ovvi fattori, eppure allo stesso tempo ugualmente afflitti (a quanto pare) da drammatiche contorsioni esistenziali che arrivano addirittura a schiacciarli?

E’ presunzione dare avventate risposte da saccenti biografi che, a ogni modo, non siamo, tuttavia è lecito domandarsi quale sorta d’infelicità possa sussistere in seno a una vita fatta di fama, soldi, divertimento, appagamento, una vita che, se gestita da persona divenuta celebrità, potrebbe significare il sogno di tutti i “comuni mortali”. Un po’ di amara polemica occorre farla, concedetemela. Non mi capacito, non ci riesco: tutt’intorno a noi, sparsi in ogni paese del mondo, molti, tanti, troppi individui, ivi compresi i bambini, patiscono un destino non scelto, si piegano sotto i colpi della fame, delle epidemie, dell’indigenza acuta e inscrollabile, schiavi di gabbie trasparenti, fati spietati, percorsi tortuosi e depressioni. Philip Seymour Hoffman in Onora il padre e la madreMi rammarico, quale grande, inesauribile cultore della Settima Arte, per la dipartita di Seymour Hoffman, attore completo, esemplare professionista, insomma un artista assai apprezzabile. E’ morto la mattina del 2 febbraio 2014, solo come molti suoi predecessori, in compagnia dell’eroina dal quale era riuscito per molti anni ad affrancarsi, ricadendoci fatalmente. Philip Seymour Hoffman in I love Radio Rock"Chi poteva immaginarlo…proprio lui" - diranno in tanti. Eppure anch’egli, evidentemente, non poteva sottrarsi a un tocco d’infelicità divenuta voragine per chissà quali sconosciuti motivi, e neanche vogliamo, a questo drammatico punto, saperlo... irrilevante, inutile.

Lo rivedo giovane e sbarbatello ne Il grande Lebowski (Joel Coen, 1998), presuntuoso, ruvido ma alfine tenero in Patch Adams (Tom Shadyac, 1998), freddo in Onora il padre e la madre (Sidney Lumet, 2007), mattacchione, spavaldo ed estroso in I love Radio Rock (Richard Curtis, 2009). Non voglio, invece, neanche immaginarmelo riverso sul pavimento del bagno, esangue, marchiato dall’onta dell’eroina. Mi costerna tale circostanza, mi rattrista che, al di là della celebrità, si sia spento un essere umano brillante, nel pieno della maturità artistica, e aveva solo 46 anni.

 
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