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100 pallottole d'Argento: la tv della porta accanto

Scritto da Samuele Pasquino   
Lunedì 08 Aprile 2013 11:04

100 pallottole d'argentoLa tv è un medium che, per sua controversa natura, non ammette quella meraviglia chiamata improvvisazione, pretendendo di veicolare (riuscendoci) l'attenzione totale di un pubblico eterogeneo, contento o scontento che sia. Questa fucina di immagini e suoni risulta ancora oggi lo strumento mediatico più diffuso attraverso il quale le persone, rinchiuse nei loro confortevoli antri di cemento e mattoni, conoscono la realtà del mondo, o almeno quel barlume sdoganato dalla pangea di falsità che l'utente medio è costretto a scambiare illusivamente per verità. Il flusso di programmi e fiction (senza ovviamente escludere la pubblicità) si è negli anni talmente intensificato che la parola qualità ha via via lasciato il posto al termine audience, la misura con cui viene sancito il successo della singola trasmissione e se ne decide la riedizione o prosecuzione. Al carosello e all'intrattenimento culturale sono succeduti i quiz show, i talent show, i reality show, insomma una miriade di questi "show" che molti vorrebbero bandire con l'equivalente suono onomatopeico, indirizzarli verso l'uscita di servizio con l'etichetta che recita: "E' tutto falso!". Se fosse così facile esiliare le stucchevoli consuetudini del sistema televisivo - e con esse gli automi preimpostati e mangiasoldi - forse si potrebbero riesumare e resuscitare due capisaldi sociali che da tempo immemore hanno smesso di deambulare: educazione ed evoluzione. Sarebbe di certo delittuoso fare di tutta l'erba un fascio, dato che talune roccaforti della cultura e del sano parlare esistono ancora, sebbene siano poche. E' però evidente la spiccata tendenza dello spettacolo televisivo a infarcire il fruitore di informazioni tanto eclatanti quanto artefatte, per non dire confezionate, fuoriuscenti da bocche che hanno perso autorevolezza, o forse non ce l'hanno mai concretamente avuta. In breve, in tv non si ammettono sbagli, questo è il motivo per cui ogni frase, battuta o rilascio emotivo sono divenuti il frutto di un copione da seguire alla lettera, titolo o gobbo che sia. Or dunque, naturalezza, spontaneità, svarioni, sono tutti valori estinti? Non sono variabili né costanti, a quanto pare assumono definitivamente i connotati di incidenti di percorso da demonizzare.

Il cinema, oltre a ridere di se stesso in sede parodica, punta spesso il dito sulle dinamiche del cosiddetto "tubo catodico" e sulle emissioni che ne derivano nell'ambito delle circostanziali ammissioni di colpa, introducendo e sviluppando proprio il discorso relativo al marcio teatrino che declama slogan come fossero versi di Dante Alighieri (mi si appoggi la metafora, credo ampiamente comprensibile). Ad avvalorare questo mio pedissequo (ma spero utile) orpello si necessita di qualche esempio che centri la questione permettendomi di arrivare infine al punto. Si prenda a modello un film quale Quiz Show (Robert Redford, 1994), aspra denuncia all'infido baraccone televisivo, dove un preparatissimo concorrente di un gioco a domande e risposte è obbligato a farsi battere da un nuovo sfidante poiché ritenuto ormai deleterio per l'audience (poco telegenico, noioso è l'accusa mossagli), escluso a fronte di una buonuscita di denaro intascata sottobanco e senza possibilità di replica. In questo film ogni elemento, dall'impostazione della voce al modo di vestire, dalle tempistiche alle coincidenze pubblicitarie fino agli stacchetti programmati, è trattato con verbo accusatorio, perentorio. Un'altra pellicola, The Truman Show (Peter Weir, 1998), esaspera invece il tema della finzione, arrivando persino a concepire l'idea che si possa imprigionare una vita entro una dimensione di surrealtà a dir poco fantascientifica ma non così improbabile.

A spazzar via l'accordo di perfezione formale e aderenza ossessiva allo script ci pensa la rubrica 100 pallottole d'Argento, condotta su Rai Movie tutti i martedì e giovedì in seconda serata dal maestro del brivido Dario Argento che, in ca. 10 minuti, presenta una rassegna di film da lui selezionati - per la precisione 100 - al fine di colmare la voglia di suspence dello spettatore poco avvezzo al sonno. Dal palco di un teatro deserto, dietro a una cattedra sulla quale sono posizionate action figures e gadget del genere horror che ben rappresentano il campo d'azione del cineasta romano, il buon Dario introduce alla visione del film allontanandosi in toto dallo stereotipo del presentatore impeccabile e dallo sguardo fisso: visibilmente imbarazzato dalla macchina da presa, poiché abituato a star dietro a essa, il maestro commenta con un linguaggio molto semplice, informale, facendosi beffe di qualunque stralcio di canovaccio, incorrendo in inevitabili ma non sgradevoli ripetizioni, lasciando trasparire il proprio disagio e accusando riflessi istintivi nella gestualità e nella comunicazione verbale. Questo è l'addetto ai lavori che tutti, forse, vorremmo, poiché se ci trovassimo noi dentro lo schermo a dover presentare qualcosa a milioni di spettatori, ci comporteremmo esattamente allo stesso modo, con quell'aura di timidezza comunque conciliabile con l'autorevolezza alla quale Dario Argento ci ha abituato. Niente copione, quindi, niente spot tattici, solo dieci giri d'orologio volti a parlare di cinema, di libertà, di invito a spaventarsi con moderazione ma piena goduria: la si potrebbe definire la tv della porta accanto. Il programma è in onda da agosto 2012 e, calcoli a ragione, lo sarà fino a settembre 2013, con possibilità (ce lo auguriamo) di proroga per un altro anno. Ma ci voleva il grande regista per sconvolgere gli schemi di buona condotta e riportare in auge il normale senso colloquiale?

 
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