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Il lascito di Rosi al cinema italiano, un patrimonio

Scritto da Samuele Pasquino   
Lunedì 03 Settembre 2012 09:33

rosileoneIl titolo di questo editoriale potrebbe far pensare alla celebrazione tributaria dell'ennesimo grande artista della Settima Arte venuto tristemente a mancare. Non è così, nel caso specifico parliamo di un cineasta ancora (per nostra fortuna) vivo e vegeto, nell'ultimo periodo prodigatosi a dirigere memorabili piece di teatro popolare: Francesco Rosi. Quest'eminente personalità ha saputo negli anni costruirsi una filmografia selezionatissima e accurata, costellata da autentici capolavori che hanno contribuito a far crescere il cinema italiano spingendolo progressivamente verso nuove chiavi di lettura orientate per buona parte alla biografia storico-politica focalizzata sul Ventesimo secolo. Alla maggior parte dei giovani profani del nostro tempo questo nome vuol dire ben poco, per i cultori del grande schermo e per la precedente generazione, invece, Francesco Rosi rappresenta una tipologia ben definita di registi, quella per la quale l'Italia costituisce un Paese, nel bene e nel male, svezzato dall'intraprendenza intellettuale e sociale di uomini meritevoli di un omaggio proprio perché fautori di azioni forti, epocali. All'ultima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, Rosi ha ricevuto meritatamente il Leone d'Oro alla carriera, a seguito peraltro della proiezione di una delle sue pellicole di punta, "Il caso Mattei" (1972), per l'occasione restaurata al fine di andare incontro a nuovi, doverosi apprezzamenti. Il genere biografico, oggi chiamato tecnicamente biopic, è sempre sembrato a Rosi molto congeniale in considerazione al suo stile di regia, al tipo di sceneggiature trattate, alla sensibilità nel ritrarre un'epoca, una tradizione o un evento. La cinepresa dell'artista non ha mai smesso di rivelarsi curiosa, caparbia e vogliosa di esperienze introspettive più cronachistiche che narrative, eleggendo come atteggiamento primario la propensione alla denuncia sociale rispetto alla semplice descrizione. Dieci anni prima di raccontare le gesta del fondatore dell'ENI, Rosi aveva voluto gettare un profondo sguardo drammatico prima ancora che tragico al famoso bandito Salvatore Giuliano, dipingendone minuziosamente il backround culturale nell'omonimo film risalente al 1962. Occorre poi citare quel "Lucky Luciano" (1977) che seppe indagare tra le maglie di Cosa Nostra seguendo le dinamiche del boss interpretato perfettamente dall'attore Gian Maria Volonté, per poi giungere all'ultimo straziante racconto cinematografico a noi più vicino, "La tregua" (1997), storia del viaggio di ritorno a casa di Primo Levi dai campi di concentramento nazisti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ribadisco solo adesso il titolo dato al mio editoriale, dichiarando con energico vigore che il lascito di Rosi al cinema italiano corrisponde veramente a un grande patrimonio, in grado di fornire nuovi impulsi a giovani cineasti che dietro la macchina da presa potrebbero far tesoro del fulgido e ricco classicismo per dare lustro al futuro del nostro amato cinema. Volendo concludere con un breve discorso di maggior estensione, vorrei porre l'accento sul valore educativo e propedeutico dei lavori appartenenti non soltanto a Rosi ma anche ad altri grandi suoi contemporanei quali Elio Petri, Mario Monicelli Pier Paolo Pasolini, le cui opere sono tuttora studiate dagli addetti ai lavori ma dovrebbero di diritto essere inserite nei programmi accademici al fine di aprire le menti e indurre alla maturazione proficua degli intelletti acerbi, pronti a fare tesoro di esperienze uniche e di largo respiro. Il Museo Nazionale del Cinema di Torino si prodiga da anni, convenzionato con il Cinema Massimo, nella rivalutazione e promozione dei capolavori che hanno reso il cinema italiano celebre in tutto il mondo. Per tutte le iniziative future e per quelle già promulgate a beneficio della nostra cultura, un grazie sincero e caloroso.

 
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