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Quando il cinema si inchina alla donna

Scritto da Samuele Pasquino   
Mercoledì 21 Marzo 2012 15:54

donnaDa sempre marzo è un po' il mese della grazia e della dolcezza, che contiene un giorno contrassegnato da un numero, l'8, ovvero il simbolo dell'infinito posto in verticale. Già, l'infinito: è pensando all'assenza di limiti, di spazi e di tempi che si fa gentilmente (e anche vigorosamente) largo l'immagine fortunatamente reale, tattile, magnifica della donna, creatura meravigliosa, l'essenza del fine potere sentimentale, della sensibilità più semplice e immediata. La storia, fatta di secoli, anzi millenni, ci consegna una femminilità da adorare, l'angelica presenza del focolare da ammirare per gli sforzi, i sacrifici, la facilità con cui da essa scaturiscono un sorriso o un tocco mai così caldi. Ed è qui che penso anche: "Ma qual è il sesso forte veramente? Chi mostra i muscoli al bar, chi affronta le sfide battendosi il petto, chi impone la sua voce nelle discussioni? O chi invece è in grado di partorire il frutto di un atto d'amore, rivelandosi madre e e moglie con ancestrale premurosità, sempre piena della pura, totalizzante capacità di commuoversi senza provare vergogna, riuscendo sempre e comunque a riscaldare anima e cuore di chi ripone in lei fiducia e speranza?" Credetemi, la donna è forte, ma lo dimostra nell'arco di una vita intera, non nel breve attimo di una contesa o di una lotta estemporanea. A suffragio di questa mia asserzione interviene il cinema. Negli ultimi anni sono state proiettate storie di grandi figure femminili che, oltre a colmare il vuoto di uno schermo bianco, hanno soprattutto parlato al mondo intero mostrandoci il loro vissuto, le loro battaglie contro titani inferociti, arrivando a placarli con un'energia più che umana, divina. E ci hanno saputo regalare lacrime di gioia e amarezza, angoscia e commozione, proprio quelle lacrime che dovevamo necessariamente versare per comprendere che anche l'uomo può piangere di fronte alla bellezza dell'esistenza, senza dover essere obbligatoriamente considerato un debole.

Grandi emblemi di un coraggio non comune non ce ne sono tanti, desidero dunque citare Margareth Thatcher e Aung San Suu Kyi. La prima, simbolo della lotta alla discriminazione politica, ha saputo governare un'intera nazione con fulgido senso di responsabilità, sempre coerente alle proprie decisioni e irremovibile nella sua solitudine di potere; la seconda sta ancora combattendo contro un regime dittatoriale sanguinario arrivato persino a imprigionarla pur di renderla (invano) innocua, senza però poter piegare la sua formidabile volontà di condurre il popolo birmano verso una libertà scontata solo nei paesi occidentali. A entrambe la settima arte ha tributato due splendidi ritratti, "The Iron Lady" (Phyllida Lloyd, 2011) e "The Lady" (Luc Besson, 2011), immortali affreschi che illustrano le parabole ascendenti di miti intramontabili. Mi sono commosso, non mi vergogno di dirlo, e ho constatato che quando il cinema si inchina alla donna, per quel momento il caos diviene armonia.

 
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