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Quella chimera chiamata "giustizia"

Scritto da Samuele Pasquino   
Sabato 20 Agosto 2011 08:10

sordidetenutoNon è un caso che abbia scelto agosto per un'ennesima riflessione sul mondo e i suoi peccati. Questo è il mese che assiste all'arresto di Giuseppe Di Noi nel significativo "Detenuto in attesa di giudizio" (Nanni Loy, 1971), una pellicola la cui visione non può lasciare indifferenti. Il caso di mala giustizia nasce dalla mancanza nella burocrazia, quell'oscuro e tagliente meccanismo teso a sfinire chi attende. Il signor Di Noi, interpretato da un Alberto Sordi così commovente e disperato come si vedrà poi solo ne "Un borghese piccolo piccolo" (Mario Monicelli, 1977) e "Nestore, l'ultima corsa" (Alberto Sordi, 1994), è vittima di un sistema che lo isola nella tenebra della prigionia per mesi senza un perché, aspettando un interrogatorio e un processo persi nel nulla. L'intenso drammatismo che invade la triste storia coincide con l'atteggiamento del Nanni Loy regista indignato e pronto alla denuncia per marchiare l'errore fatale, il cosiddetto "difetto di procedura" tanto caro al virtuosismo verbale dell'arringa legislativa. Purtroppo si abusa di tale termine, e con esso ci si permette di disquisire su vite in bilico, dipese proprio dall'attesa di giudizio. Il protagonista del film viene catapultato in un incubo terribile da un doganiere dal falso sorriso che invita Giuseppe a seguirlo in ufficio per una "semplice formalità". Bandita ogni spiegazione, un uomo per bene che ama il suo Paese e ha perfino combattuto per esso in Grecia e Albania durante il secondo conflitto mondiale si ritrova nell'angusto ambiente penitenziario, in condizioni precarie e attorniato dal cinismo di guardie, direttori e giudici lavativi quanto incompetenti, soffrendo quasi in silenzio e appellandosi a uno zelo inesistente. E' però troppo facile attaccare la giustizia per i suoi errori che ricadono talvolta su gente innocente! No, ciò che più fa riflettere è in realtà il progressivo ammorbidimento del sistema giudiziario e la ricaduta sui metodi detentivi, ancor più accomodanti e permissivi. Oggi criminali, stupratori, assassini e truffatori, a patto che vengano processati, trovano in taluni casi (parliamo di casi, sarebbe ingiusto generalizzare) un agevole soggiorno in carceri residence dove non si esclude la collusione di guardie e intrusioni politiche, frutto di avvocati conniventi e messaggi eversivi. Nel film assistiamo al duro regime penale, alla caustrofobica stretta dello Stato nei confronti del delinquente, cosa che non rileviamo in un tempo che lo necessiterebbe più che mai, un'era di violenza senza precedenti di fronte alla quale la giustizia appare impotente e senza mezzi persuasivi. Le mie parole vanno ad aggiungersi, forse vane (ma chissà) a quella lunga serie di proclami popolari rapiti dal vento del subitaneo clamore che non regge la lunga scadenza, tuttavia l'omertà e il silenzio corrisponderebbero di per sè a vergogne difficili da superare. E' necessario dunque il confronto costante con l'opinione pubblica attraverso la semplice eloquenza in grado di attraversare il tempo senza illusione ma con decisione. Con ciò occorre precisare che ogni Paese, e così l'Italia, ha i propri pregi e difetti, cosiccome veri paladini della causa e subdole mele marce. Io personalmente credo nella giustizia, nei suoi momenti di gloria e soddisfazione che ancora concede, in coloro che hanno lottato (Falcone e Borsellino) e lottano tuttora (ritengo esemplare il coraggio di molti magistrati impegnati in processi di mafia), ad ogni modo se Giuseppe Di Noi fosse stato uno spietato omicida o un approfittatore, allora non ci saremmo indignati!

 
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