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Hannah, quando la libertà incontra uno sguardo innamorato

Scritto da Giorgia Colucci   
Mercoledì 14 Febbraio 2018 17:21

conferenza stampa HannahMartedì 13 febbraio 2018 all'Hotel Diana Majestic di Roma, ecco dialogare con i giornalisti l'orgoglioso regista Andrea Pallaoro e una raggiante Charlotte Rampling, accorsi per rivelare essenze e concezioni alla base del film Hannah. Naturalmente si parte da una sinossi breve ma intensa.

La routine a cui Hannah cerca disperatamente di aggrapparsi, tra lavoro, corsi di teatro e piscina, va in pezzi all’indomani dell’arresto del marito. Perché è stato incarcerato? Perché la donna si nasconde dai vicini? Perché suo figlio non vuole avere niente a che fare con lei e le impedisce di vedere il nipote? Gli indizi per rispondere a questi dilemmi sono lì, nascosti nei silenzi e disseminati tra le pieghe di un dolore inespresso, ma le risposte sono in realtà del tutto marginali. Al centro di ogni scena c’è Hannah: il suo mondo interiore esplorato senza giudizi morali, un crollo che traspare con inquietante compostezza dai gesti, dagli sguardi, dai brevi momenti di cedimento. Dopo il successo internazionale di Medeas, Andrea Pallaoro dirige una magnifica Charlotte Rampling, in un’interpretazione personalissima e magistrale, premiata con la Coppa Volpi alla 74a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Uno sguardo affascinato, se non addirittura innamorato quello di Andrea Pallaoro che indaga superfici e profondità della vita della sua Hannah; è impossibile non essere contagiati dalla passione che il regista imprime nel ritratto di questa donna, tanto tormentata e intrappolata in un presente “privo di passato e di futuro”, schiacciata dalla colpa sconosciuta di un marito e dall’odio di un figlio. D’altra parte è lo stesso Pallaoro a confessare la volontà di proteggere e incoraggiare la disperata Hannah, di sentirsi vicino alla disperazione del suo personaggio e al suo continuo sforzo di riconoscersi, di ridefinirsi. Questa vicinanza è certamente uno degli ingredienti che più connotano l’approccio della macchina da presa, donando allo spettatore un contatto quasi sensoriale e immersivo  con l’universo interiore e i sentimenti di Hannah: difatti è proprio l’emotività il fulcro della pellicola, un’emotività universalizzante che coinvolge in toto l’esperienza umana. Così, sebbene la vicenda di Hannah possa sembrare tanto lontana, talvolta stilizzata per la mancanza di spiegazioni, il regista mira, tramite essa, a permettere allo spettatore di esplorare il limite e di purificarsi. Dunque, quest’opera che, come molte altre, consente di entrare e uscire liberamente da una vita, è addirittura considerata da Pallaoro un atto politico proprio perché si confronta con i pensieri e i sentimenti degli esseri umani.

Al servizio dell’impegnativa costruzione di Hannah si è messa anche Charlotte Rampling, con esiti assolutamente convincenti. La sceneggiatura, così come il personaggio, è stata quasi dettata dalla Rampling stessa, che con lo “sguardo penetrante, la forza, l’energia e la grandissima bellezza” si è imposta nella fantasia dell’autore sin dalla sua giovinezza. Dunque, un sogno che si avvera quello del giovane regista, al quale la Rampling dice di essersi totalmente affidata, rispettando integralmente e orgogliosamente “la verità del personaggio”. Ad aver condotto a questa incredibile collaborazione e a questo reciproco “riconoscimento”, è una curiosa triangolazione d’ispirazioni, che coinvolge non solo l’attrice e Pallaoro, ma anche il grande Luchino Visconti, autore de La caduta degli dei, film che ha fatto innamorare il regista della Rampling.

Così, a coloro che le chiedono come riesca a conciliare con Hannah la sua immagine trasgressiva ed emblematica degli anni della swinging London e della ribellione sessuale, l’attrice risponde di non essere mai cambiata e di continuare a cercare un modo diverso di esprimersi, non necessariamente connesso al modo degli altri attori. Quindi, "chi ha visto negli anni ’70 e ’80 una donna nuda in film non convenzionali, ora vedrà una donna nuda che recita Hannah" - aggiunge provocatoriamente l’attrice. D’altra parte, la Rampling si definisce anche un’attrice libera e indipendente, capace di attendere in maniera attiva i ruoli che le vengono proposti, soprattutto per la persona che è e che è diventata. Forse è proprio questa libertà assoluta che dona tanta vita alla ricerca spirituale di Hannah, che in qualche modo riflette quella personale dell’attrice. “Quando doni a un personaggio tanto di te stesso” - dice la Rampling - “è come un viaggio spirituale e non ti senti svuotata, proprio perché gli hai dato tanto di te. Il personaggio ricambia e restituisce. È un percorso lungo, vivi il suo essere e ti ritrovi in un luogo sconosciuto”.

Nonostante per certi versi la vicenda di Hannah possa apparire incompleta oppure, proprio a causa della distintiva carenza di particolari, non renda immediata per alcuni l’immedesimazione, è apprezzabilissimo il lavoro a quattro mani compiuto da Pallaoro e dalla Rampling: difatti nella costruzione di questa intimità, di questa sensibilità femminile, il regista si sforza ammirevolmente di valorizzare l’arte cinematografica più pura, quella dello sguardo, e di essere Autore a tutto tondo.

 
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